Si intitola Cielocittà il nuovo disco di Lorenzo Lepore e incastra dodici tracce in questo neologismo inventato da lui: una sorta di ripieno di un panino, tra due grandi spazi, uno evanescente, l’altro fortemente radicato, composto da mondi urbani, rumori, atmosfere, colori freddi e una immediatezza di scrittura molto chiara sin dal primo ascolto.
“Un giorno ha smesso di piovere. Sono uscito e ho visto un cielo terso, trafitto dai palazzi. Ho scattato una foto con il mio cellulare e mi è piovuta in testa una parola: Cielocittà. Mentre correvo tra università, lavoro e studio di registrazione, quella parola continuava a risuonare in me. Non capivo cosa significasse, ma ha iniziato a prendere forma, ispirando canzone dopo canzone. Alla fine, ho realizzato che questa parola abitava in me da sempre. Era il titolo perfetto per questo album: il lavoro musicale che più ho amato scrivere e vivere”.

Lepore non ha cassetti nascosti, né strategie da funambolo, ma cammina nelle sue canzoni (e crediamo anche nella vita) come nel videoclip di Canzoni d’amore, uno dei pezzi più riusciti dell’album: montone in spalla, mani in tasca e una finta dichiarazione iniziale di non scrivere canzoni d’amore – come un tenerissimo scudo – non supportata da tre avversative (però, però, però) che gli fanno invece raccogliere per strada tutto il bello che incontra: fiori, una bottiglia di Coca Cola, saluti e baci. Ha occhi aperti, chitarra sempre alla mano e si innamora di tutto (citando l’immenso Faber). Non tralascia un suono, una occasione, stringe mani agli amici ed è un gran chiacchierone.
Tutto questo bagaglio se lo porta negli occhiali e nelle canzoni e in dodici brani racconta le contraddizioni e le idee di una generazione giovane, come giovane è lui, regalandoci uno sguardo interessante, una chiave di lettura che ti aggancia al disco. Boa ha un impianto che ricorda il migliore Calcutta e si apre su una sorta di nonsense (con una citazione beatlesiana nascosta), L’alcolista si muove atletica sulla voglia di libertà, fuori da ogni schema, guardata dalla lente della dipendenza ma non troppo, mentre Nessuno al mondo si deve rassegnare ad essere la canzone d’amore dell’album. La cesta è piena di tanto materiale, e gli echi di grandi maestri del passato si sentono, impastati in mezzo alle note, come bagagli di un patrimonio acquisito, masticato e metabolizzato.
Cielocittà è un lavoro che ti accompagna molto volentieri in un lungo viaggio in macchina, che ti fa vedere spiragli e prospettive, che ti tiene compagnia suonando aperto, come Lorenzo Lepore è e fa. Con qualche piccola ancora conquista da fare, però (però, però): si prende sul serio, ma dice di no, affonda il dito in temi importanti, ma ti porta la leggerezza del caso, pagando solo un po’ il prezzo di mantenersi ancora in bilico tra algoritmi e borghesia, tra i fornelli e le allergie, senza scendere nel centro, dritti al cuore come Ramon. Quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 7, ne siamo sicuri.

Lorenzo Lepore
01. Cielocittà
02. Nessuno al mondo
03. Canzoni d’amore
04. Parentesi
05. L’alcolista
06. La bandiera
07. Boa
08. Sovrastrutture
09. La strada di casa
10. Strega al bar
11. L’uomo e la nuvola
12. La luce
2024
38:29
