Abbiamo perso la coscienza della nostra miseria? Ci siamo consegnati una volta per tutte alla vacuità luccicante dell’apparire? Per quanto tempo ancora crederemo alle promesse caramellate del consumismo? Ci siamo placidamente assuefatti all’orrore della guerra? Riflette su questi e altri aspetti della contingenza umana il disco La Miseria di Luca Romagnoli, in cinquina alle Targhe Tenco 2025 nella categoria ‘Opera prima’. L’ex frontman dei Management (del dolore Post Operatorio) ha scritto un’opera che immerge mani e piedi nelle pozzanghere del mondo e racconta cosa ci ha trovato dentro.

Il cerchio narrativo di questo concept album si apre e si chiude con la stessa canzone, Perdere, registrata in acustico e in versione “electro” (qui il videoclip). Ci torneremo, ma intanto possiamo già cogliere due aspetti cruciali del disco. La scrittura senza fronzoli, fatta di frasi brevi e interrogative dirette che suonano come sentenze ma in realtà sono lo specchio di ampie riflessioni personali, intime. La musica senza gargarismi, che si articola seguendo una sperimentazione sincera e mai fine a sé stessa.
Romagnoli ha scritto e registrato in due settimane nello studio di Fabrizio Cesare a Velletri. Fabrizio Cesare, per rimanere a episodi recenti, è produttore e arrangiatore dei dischi di Setak, qui co-autore del suggestivo brano Progetti per il passato e compositore di Mi sono perso (si completa così uno scambio tutto abruzzese avviato dalla presenza di Romagnoli nell’ultimo disco di Setak, “Assamanù”). La Miseria è nato lontano dall’arroganza sonora e umana della metropoli. Romagnoli ha scelto di azzerare il proprio passato e di lasciare spazio a ciò che veniva fuori da questa collaborazione. Ha cercato e trovato un disco che non avesse un passato, che aderisse a un processo di maturazione artistica e non passasse sul rullo della serialità che ustiona la creatività e si rigenera cambiando un solo ingrediente alla ricetta. Come lo zucchero di canna nella Coca Cola. Il disco traspira la ricerca di pienezza ma non di gonfiore, cerca di percorrere il binario opposto a quello dei suoni senza pancia a cui l’industria musicale si è votata. Una sorta di isolamento non elitario ma radicale, necessario per ricercare e sentire una sola forma di appartenenza, quella a sé stesso. Che poi, forse, è la più importante. Appartenere non vuol dire replicare e, in un mondo disposto come in curva, non vuol dire nemmeno schierarsi.
L’album fruga nelle nostre miserie, per dirla con Guccini, ma anche nelle debolezze del suo autore. Romagnoli riflette, ironizza e grida la propria pena per il sapore illusorio della vittoria in mezzo al deserto in una società che ride delle sconfitte e nasconde la povertà. Il nostro paradiso che male odora di pattume, la politica pubblicitaria, il grande buco nero del nulla che divora tutto, la distanza ormai incolmabile tra l’essenza e l’apparenza delle cose ma anche e soprattutto delle persone. Descrive un mondo in cui anche le battaglie sociali sembrano comunque battaglie personali, perché tutto è individualizzato. Tutto conta perché lo mostriamo. Anche la partecipazione, anche le nostre mancanze mascherate nell’idillio dei social network. Comicità e miseria, come in ‘Tonio Kröger’ di Thomas Mann.

Romagnoli non vuole diventare niente di tutto questo e dichiara apertamente il proprio conflitto con il presente. A un mondo sgrammaticato contrappone dei riferimenti poetici e letterari. Il testo di Bi Emme Vù (qui il videoclip) è del poeta abruzzese Paolo Maria Cristalli, scomparso nel 2022. Il testo di Un film su di noi è scritto a quattro mani con Vik Stragovin. Il titolo del disco è ispirato, non solo per i temi ma anche per la forma breve, a ‘La malora’ di Beppe Fenoglio. Tutto materiale che sembra sull’orlo dell’estinzione.
Nonostante la vena caustica, a volte amara e nera come il fondale della copertina, con cui Romagnoli scandaglia il suo e il nostro presente, non lasciatevi ingannare, appunto, dalle apparenze. Troverete anche la dolcezza del suo timbro nei brani più intimi e lirici, e una vitalità chiara, custodita già nella canzone che apre e chiude il disco. «Ma sì, vediamo come va a finire. Non è la fine finché lo puoi dire». Alziamoci da quel divano e diamo un senso al sangue che ci scorre nelle vene.
Luca Romagnoli
La Tempesta Dischi
01. Perdere
02. Angelo Nero
03. Un Film Su di Noi
04. Fatturare
05. Progetti per il passato (feat. Setak)
06. Mi sono perso
07. Il nulla
08. Sanguina
09. Bi emme vù
10. Non è niente
11. Perdere (Electro)
Fabrizio Cesare
Luca Romagnoli: voce, cori; Fabrizio Cesare: tastiere, chitarre, basso, percussioni, rumori, sound system, vocalizzi: Setak: chitarre in "Mi sono perso", voce in "Progetti per il passato"
2024
32:40
