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Il Mediterraneo come pratica del suono

 

Ci sono progetti che nascono da un’idea. E poi ci sono quelli che nascono da una necessità.

Dialoghi, l’album firmato da Ziad Trabelsi e Gabriele Coen, appartiene alla seconda categoria: non si limita a dichiarare un incontro tra linguaggi, ma lo mette in atto, lo espone, lo attraversa. Non è un disco che parla di dialogo. È un disco che prova a farlo accadere.

 

 

Il punto di partenza è, almeno in apparenza, lineare: l’oud e le sonorità del sax e dei clarinetti che intrecciano conversazioni sonore, sostenute dal contrabbasso di Marco Loddo. Ma fermarsi qui significherebbe fraintendere il progetto. Perché Dialoghi non è una semplice sovrapposizione di strumenti o di tradizioni: è una costruzione formale, una scelta precisa di campo. Dodici tracce – per lo più composizioni originali – organizzate come una sequenza di incontri. Non episodi isolati, ma un percorso coerente, pensato per l’ascolto integrale e al tempo stesso capace di reggersi su singoli momenti autonomi, evocativi.

 

Il disco si muove su coordinate dichiarate: patrimonio arabo ed ebraico, jazz d’improvvisazione, world music, blues e rock. Un campo ampio, che potrebbe facilmente trasformarsi in dispersione. Dialoghi sceglie invece una direzione opposta: lavora per sottrazione. Gli arrangiamenti sono raccolti, mai ridondanti, il dialogo tra gli strumenti è continuo ma non invadente; la tensione tra scrittura e libera invenzione resta sempre controllata. Non c’è ricerca dell’effetto, ma costruzione di un linguaggio.

 

Questa scelta emerge con chiarezza già dalla struttura del disco. L’apertura con Tabarka è breve, quasi una soglia più che un brano: introduce l’ascoltatore in uno spazio sonoro che non si impone, ma si offre. Da lì in avanti, il percorso si articola attraverso una serie di tappe che non sono semplici titoli, ma coordinate culturali. Echoes of Cordoba, Eyes of Al Andalus, Al Hamra, Toledo, Bab El Khadra: nomi che rimandano a una geografia precisa, ma soprattutto a una stratificazione storica. Non sono cartoline. Sono luoghi che evocano un passato in cui il Mediterraneo era spazio di scambio, attraversamento, contaminazione.

 

Il riferimento esplicito al clima culturale della Spagna medievale – con la convivenza tra ebraismo, islam e cristianesimo – non è una citazione ornamentale. È un asse concettuale. Un modello indicato come possibile direzione, come ipotesi di lavoro. In questo senso, Dialoghi si colloca in una linea che non è nostalgica ma progettuale: recuperare un’idea di scambio culturale come pratica, non come retorica.

 

 

Anche la scelta dei materiali segue questa logica. Accanto alle composizioni originali, trovano spazio riletture della tradizione e un brano come Caravan (di Duke Ellington), che introduce un ulteriore livello di dialogo. Non si tratta di un semplice omaggio, ma di un segnale: il progetto non si limita a mettere in relazione due tradizioni specifiche, ma costruisce un campo più ampio, capace di attraversare linguaggi diversi senza perdere coerenza. Non è accumulo, ma selezione. Non è fusione, è relazione.

 

Il cuore del disco sta proprio in questa capacità di tenere insieme elementi diversi senza ridurli a un denominatore comune. L’oud di Trabelsi mantiene un legame forte con la tradizione araba, che non viene mai diluita o resa decorativa. I fiati di Coen – sax e clarinetti – portano con sé una lunga ricerca sul rapporto tra jazz e repertori mediterranei ed ebraici. Due percorsi distinti, che qui si incontrano senza annullarsi. Il dialogo non è mai simulato: è costruito sull’ascolto reciproco, sulla risposta, sulla capacità di lasciare spazio.

 

In questo equilibrio, il ruolo del contrabbasso di Marco Loddo è decisivo. Non emerge come elemento solistico, ma agisce come struttura portante. Tiene insieme i piani, collega, stabilizza. È il punto di equilibrio che impedisce al progetto di frammentarsi, garantendo continuità senza imporre direzioni.

 

 

Alcuni brani introducono variazioni significative all’interno di questo assetto. Sussurri, ad esempio, amplia il lessico sonoro con l’inserimento di elementi elettronici e interventi vocali, senza rompere la coerenza del disco. Sguardo e Hope lavorano invece su una dimensione più raccolta, in cui il dialogo si fa più rarefatto, quasi sospeso. Non sono deviazioni, ma estensioni del linguaggio, confermano che il progetto non è chiuso, ma aperto, in continua negoziazione.

 

La coerenza di Dialoghi non è solo musicale. Si riflette anche nelle scelte simboliche. La copertina del disco – la Mano di Fatima, o Khamsa, nota anche come Mano di Miriam – non è un dettaglio estetico. È un segno preciso: un simbolo condiviso tra tradizione islamica ed ebraica, legato a valori di protezione, fede, memoria. Un emblema che riassume il senso del progetto: costruire un ponte, rendere visibile una connessione, indicare una possibilità.

 

In questo senso, il disco assume anche una dimensione che va oltre il piano strettamente musicale. Non perché voglia “dire” qualcosa in modo esplicito, ma perché si colloca dentro un contesto in cui i concetti di identità, confine e appartenenza sono tornati centrali. Dialoghi non risponde a queste tensioni con dichiarazioni programmatiche, ma con una pratica concreta: mette in relazione, crea spazi di ascolto, costruisce forme di coesistenza. È qui che il lavoro di Trabelsi e Coen trova la sua forza. Non nella novità della formula – l’incontro tra tradizioni è un terreno già esplorato – ma nella precisione con cui viene condotta. Non c’è semplificazione, non c’è riduzione a cliché. Il dialogo non è dato per scontato, ma costruito, traccia dopo traccia.

 

 

Dialoghi non chiede di essere interpretato. Chiede di essere attraversato. È un disco che funziona nella durata, nella continuità, nella relazione tra le sue parti. Non cerca l’impatto immediato, ma una forma di persistenza. Non si impone, ma resta.

E forse è proprio questa la sua posizione più netta. In un tempo in cui il dialogo è spesso evocato come parola chiave – svuotata, replicata, consumata – questo lavoro sceglie una strada diversa: sottrarre, ascoltare, costruire. Non dimostra che le culture possano incontrarsi. Parte dal fatto che lo abbiano già fatto. E prova, con rigore e misura, a riattivare quella possibilità nel presente.

Senza proclami. Solo attraverso il suono.

 

 

 

Foto cover: Domenico Maddaloni

 

Foto: Francesco Mariotti, Riccardo Musacchio e Musacchio Ianniello Pasquini

Artista:
Ziad Trabelsi Gabriele Coen
Etichetta:
Moonlight Records / I.R.D.
Elenco Tracce:
01. Tabarka (Gabriele Coen, Ziad Trabelsi)
02. Echos of Cordoba (Gabriele Coen, Ziad Trabelsi)
03. Eyes of Al Andalus (Gabriele Coen, Ziad Trabelsi)
04. Al Hamra (Gabriele Coen, Ziad Trabelsi)
05. Sussurri (Ziad Trabelsi)
06. Hope (Gabriele Coen)
07. Sguardo (Ziad Trabelsi)
08. Al Andalus (Gabriele Coen)
09. Caravan (Duke Ellington)
10. Bab El Khadra (Ziad Trabelsi)
11. Toledo (Gabriele Coen, Ziad Trabelsi)
12. Abdel Kader (Algerian Traditional)
Musicisti:
Gabriele Coen: clarinetti, sax; Ziad Trabelsi: voce, oud, shaker, percussioni, Fender Rhodes, elettronica; Marco Loddo: contrabbasso; Emanuele Bultrini: chitarra elettrica in #05 Registrato presso il Teatro Marchionneschi di Guardistallo (PI), grazie al sostegno di Toscana Produzione Musica. Fonico di ripresa: Nicolò Caltabellotta Mix e Master: Gianni Istroni presso StraStudio Aps (Roma) Foto cover: Domenico Maddaloni Foto: Francesco Mariotti, Riccardo Musacchio e Musacchio Ianniello Pasquini
Anno di Uscita:
2025