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C’è un mare che non fa rumore. Non lo senti arrivare, ma quando è lì ti bagna fino alle ossa.

 

Talassa è questo: un respiro antico che attraversa le lingue, le storie e le ferite del Mediterraneo. Dario Muci, cantastorie del Salento, dopo venticinque anni di ricerca e di canto consegna il suo primo disco di inediti: otto brani che sono un’unica onda, che tengono insieme denuncia e speranza, terra e mare, passato e presente. Uscito per Zero Nove Nove Records un po’ di tempo fa, è un viaggio fatto di nomi, volti e storie vere, in cui la musica torna a essere racconto civile.

 

Con lui abbiamo provato a navigare in questo mare.

 

 

 

Talassa è una parola antica, che arriva dal greco e sa di mare. Per te che cos’è, davvero, Talassa?

Talassa non è solo l’elemento fisico, ma una metafora della nostra interiorità. È “il mare che abbiamo dentro”, un luogo profondo, a tratti misterioso o agitato, ma immensamente bello e in gran parte ancora da esplorare.

 

Questo disco arriva dopo una lunga gestazione. Otto anni non sono pochi. Cosa stava maturando, in questo tempo?

Non è semplicemente un disco “atteso”, ma l’esito di un lungo processo di sedimentazione artistica e personale. In questi otto anni, più che limitarmi a “preparare” un album, ho lasciato maturare lentamente diversi elementi: una ricerca sempre più profonda sulle radici, alla base di ogni mio lavoro; un’evoluzione del linguaggio musicale, che rispetto ai lavori precedenti si fa più sperimentale e consapevole; e, soprattutto, una crescita personale. Otto anni, infatti, hanno trasformato inevitabilmente il mio sguardo sul mondo.

 

 

Il disco attraversa più lingue – dialetto salentino, grico, italiano, arabo: che valore ha questa pluralità?

Ha un valore profondamente simbolico e culturale. Il passaggio tra dialetto salentino, grico, italiano e arabo costruisce innanzitutto un paesaggio sonoro del Mediterraneo: lingue diverse che convivono e si intrecciano, proprio come le storie, i popoli e le rotte che attraversano questo spazio. In questo senso, il disco diventa quasi una mappa, dove ogni lingua è una traccia di memoria. Ma c’è anche un significato politico e umano: mettere insieme queste lingue, oggi, significa affermare una visione del Mediterraneo come spazio di incontro e non di separazione, in cui le differenze non dividono ma arricchiscono.

 

In Mohammed la cronaca diventa musica, riferendosi a un nome, un volto, un luogo e una data precisa: che effetto fa tornare cantastorie di una realtà senza filtri?

L’ascoltatore è messo davanti a una storia reale, incarnata. Questo rende il brano più urgente, quasi necessario. Qui nel Salento si sfrutta ancora, come hanno sempre fatto i proprietari terrieri con i nostri braccianti. In questo senso, tornare cantastorie oggi significa recuperare una funzione civile della musica: non solo esprimere, ma raccontare il mondo così com’è, e farlo arrivare agli altri con tutta la sua verità.

 

 

Accanto alla denuncia, in questo album c’è sempre uno spiraglio di luce. Penso a Moi ca nc’è lu sule o a Ulivi: come si può restituire uno sguardo nuovo a una terra segnata dalla perdita, come il Salento colpito dalla Xylella?

La luce nasce proprio da qui…da una memoria che non si arrende, in cui gli ulivi continuano a vivere non solo come presenza fisica, ma come intreccio di storie, simboli e identità collettiva;

da una capacità di reinventare il legame con la terra, che non significa dimenticare ciò che è stato, ma trovare nuovi modi di abitarla e raccontarla; ma soprattutto da una vera e propria poetica della cura, che rifiuta l’idea di una perdita definitiva e apre invece alla possibilità di una rigenerazione lenta, fragile, ma ostinata. Ed è proprio ciò che sta accadendo nei nostri territori, dove cittadini, contadini, associazioni e cooperative stanno restituendo vita alla terra, avviando un paziente lavoro di rinascita e rimboschimento.

 

 

Foto tratte dai canali social ufficiali dell’artista

Artista:
Dario Muci