La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo “felicità” […]. Léo Ferré, La solitudine (1972)
Immaginatelo come un fiume questo “Non dico addio”, il secondo album di Lamante. Non come uno di quei fiumi larghi e piani del nord Europa, ma come uno di quelli a corso rapido, dal rumore cupo. È un’opera che ha una sua gravità, le sue asprezze e procede ineluttabile verso una foce. Nell’esordio “In memoria di” (se non lo avete ascoltato, il consiglio è di recuperarlo perché è un precedente corposo), Giorgia Pietribiasi aveva affrontato il tema della memoria a partire dalle proprie radici familiari. Nel secondo lavoro questo testa a testa prosegue, ma la cantautrice veneta cambia la prospettiva da cui osserva e racconta il rapporto tra la vita e la morte.
Le registrazioni erano cominciate in studio. Poi il produttore Taketo Gohara, che non è nuovo a simili guizzi, ha messo sul piatto una suggestione per trovare una dimensione che combaciasse con la portata emotiva delle canzoni, uno spazio che le facesse divampare. Così il teatro dell’album è diventato una chiesa del Quattrocento che, per caratteristiche architettoniche, ha garantito un misurato impasto di voce, pianoforte, archi e harmonium. Una scelta produttiva e persino concettuale, perché Lamante ha trovato asilo a casa sua, a Schio, nella chiesa di San Francesco. Una chiesa consacrata (con tanto di approvazione dei testi da parte del Vaticano) che ha un legame profondo con la sua storia familiare.

Così come nel primo album, Schio sembra essere una sorta di postura emotiva per la poetica di Lamante. Il suo immaginario si muove nella provincia e nello scenario post-industriale del profondo Veneto, combinandosi con un’estetica che rimanda all’est Europa. Siamo lontani dalla produzione urbana, dalle hit istantanee, dalle canzoni da indigestione che accerchiano le nostre giornate. Le canzoni di Lamante abitano gli urti della vita senza ammiccare agli scaffali dell’ipermercato musicale. La cantautrice affronta questioni complesse e tremendamente serie come l’essere o meno madre o la presenza della morte nella vita di chi rimane, e lo fa con una lucida e onesta crudezza.
“In memoria di” attingeva al passato e viveva di un’urgenza viscerale, come se le parole fossero venute fuori prima perché figlie di una morte vissuta nel racconto e nella memoria familiare. “Non dico addio”, invece, si immerge in una memoria personale, che si ingrossa nel presente e contiene tutte le facce della vita, è ingovernabile quanto un formicaio. La memoria è una madre ma è anche «come un cane, si sdraia dove gli pare». Le canzoni si avviluppano alle figure di una madre e di un figlio o di una figlia, poco importa se esistente o meno. Sono nate da una morte attraversata in pieno. Un’esperienza che ha generato un vuoto, un lutto delle parole. L’album infatti inizia con un prolungato silenzio, come un rivolo da cui fuoriescono le parole e il suono scelti per raccontare il dolore e le scorie del lutto.
Prima che le parole prendessero di nuovo il loro spazio, Lamante si è rifugiata nelle immagini, soprattutto in quelle generate dai sogni. Ha cominciato a costruire i suoi sogni. Le canzoni di “Non dico addio” hanno una metrica che sembra intrisa di una abbondante frequentazione con la poesia. È sintetica, procede quasi in distici in cui l’autrice racchiude il disegno delle sue visioni e lo riempie di senso. Nella prima parte dell’album si percepisce ancora la scia del passato, una costante tensione tra desiderio e memoria. A partire dalla canzone che dà il titolo all’opera, però, arriva il cambio di prospettiva testimoniato dall’ingresso di verbi al futuro. Lamante si affaccia su quello che verrà dopo. Dopo la morte, dopo l’amore, dopo la maternità raggiunta oppure no.
Non dico addio è cantato da una voce sola, non ci sono cori. Una voce che sussurra e si lancia nel grido tribale, che vive di tutte le sue sporcature. Aspra, a tratti scomoda come una frustata, il nucleo di una forte espressività che si spinge fino al limite della saturazione ma non lo supera mai perché si pianta contemporaneamente fuori e dentro le viscere. È un disco monolite. Progredisce e avanza solido, senza possibilità di salti. Le interruzioni sono incise solo dalle domande che quella voce si pone, segno che il percorso è tutto fuorché netto. Una su tutte: «dove sta il mondo di mezzo?» Lamante sembra alla costante ricerca di un equilibrio nelle famigerate zone grigie. La sua voce racconta questa incognita e questa sopravvivenza. Nel solco delle visioni con cui affronta il lutto riesce a definirsi, a raffigurare ciò che è e ciò che non è, spesso nel suo rapporto con la perdita: «sono una discussione che non ha fine», «quante anime in pena dormono sulle mie spalle», «non sono niente oltre ciò che ho perso», «non so dire addio a ciò che mi sta dentro».
Tutto converge verso quella foce che ha le dimensioni di un’enorme spinta vitale. Come se la disperazione diventasse una scossa all’anestesia quotidiana. Nella grammatica di macerie che accompagna lo scorrere della vita, nella società dei figli unici incapaci di toccare il dolore e abituati ad appiattirsi nei ruoli, tornare a guardare il cielo è l’ultima risorsa. È il grande estuario della speranza che, un po’ come la memoria, un po’ come l’amore, è un modo per esistere.

Lamante
Artist First
01. Un elenco di 11 cose
02. Governatevi
03. Una magia più forte della morte
04. Rimani con me
05. Non dico addio
06. Un canto nuovo
07. La stanza del Figlio
08. Dopo di te
09. Il mondo è quello che deve ancora venire
10. Ritorneremo a guardare il cielo
Taketo Gohara Giorgia Pietribasi (Lamante)
2026
37:21
