Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

Sede Legale:
Piazza della Pace, 9
25039 Travagliato (BS)

Per contattare la Redazione
o avere informazioni, SCRIVI a:

A sentire le dichiarazioni di Amalfitano, questo è un album che parla di fine, in modo non per forza triste, ma piuttosto costruttivo e anche speranzoso: a partire da Mille volte sì, che apre raccontando come non esista più il dolore, fino a L’ultimo concerto, che canta un abbandono teatrale dalle scene, e poi la conclusione strumentale di I titoli di coda scorreranno sul fiume Tevere, titolo wertmulleriano proprio come quello dell’album, Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è. È probabile che invece si tratti di inizio, o meglio di crisi: uno spaccato che rompe le fenditure della nostra società, difendendosi dai colpi di un’estetica dominante e di un’attualità effimera ancora più invasiva di quanto si possa solo intuire.

 

Ci addentriamo nelle maglie dell’album, scostando inizio e fine, e vediamo che il vero cuore della musica si trova al centro. Certo non sono da sottovalutare pezzi scanzonati e già presentati da vari anni sul palco da Amalfitano come L’iliade. Ma appunto si diceva che la serie centrale rappresenta più di tutto ciò che più ci fa immedesimare in un mondo vario e ricco di perle preziose, che ci fa scrollare di dosso le sovrastrutture emotive per concentrarci su ciò che ci sembra più importante. Prima di tutto quindi la serie meravigliosa di 4 canzoni dal genere totalmente diverso, che scardinano un po’ in parodia alla Queen le dinamiche fondamentali pur non diventando presa in giro. Un pastiche postmoderno che ne svela gli arcani più bui. C’è la canzone d’autore di Fai come vuoi, a metà tra Bennato e De Gregori, uno testimoniato dalla presenza dell’armonica, l’altro da una verbosità surrealista di personaggi assurdi come il «nano che sostiene di conoscere tutte le lingue del mondo».

Sono Morto X 15 Giorni Ma Sono Tornato Perché L’amore è
Foto da Coco District

L’arrangiamento scarno ci proietta appunto in questo mondo ideale di fuga metastasiana da un amore che non si riesce a dimenticare. La contraddizione in termini però si rivela alla fine, proprio perché, quando cade la sovrastruttura stilnovistica, si capisce: «ma cara più giù in fondo / io non t’ho amata mai». Segue il pezzo punk alla Velvet Underground Holy drinkard, ridicolo per il suo essere anacronistico, e quindi disperato negli urli overdrive. E come negli anni ’70 le persone uscivano da un concerto dei Ramones per andare poi a uno degli Earth, Wind & Fire, così si passa ad Aznavour. Qui ci si accosta al genere dance in maniera ancora più simbolica, come ultima danza mentre fuori si muore, e come degradazione linguistica e sociale. Le canzoni non spopolano in un contesto sociale aggregante, ma sono in fondo al cellulare e pungono «il culo» per far ballare. L’allegria suscitata è solamente disperata, nasconde un fondo di tristezza inesorabile, e vengono in mente brani come Crying at the discotheque, canzone che usa a sua volta pattern di tristezza pura direttamente dagli anni ’70. Non è un caso che gli ultimi versi di Aznavour recitino «Una canzone così, Aznavour, / una canzone così triste non la canto più», versi che non sai se si riferiscono alla diegesi della ragazza che canta canzoni di Aznavour, oppure alla canzone stessa di Amalfitano.

 

Ultima della serie è Vai a costruire le campane, una canzone che, partendo da una citazione di Andrej Rublëv di Tarkosvkij, è quella che esplicita maggiormente la fase iniziale, di crisi costruttivista, di parodia, in questo caso del gospel, che serve a generare qualcosa di nuovo. È probabilmente questo il motivo per cui si sente maggiormente qui l’eco dei Queen, di una canzone come Let me live. Forse nell’intenzione di Amalfitano c’è anche la comprensione in questa serie di Cosa dolce, come parodia della canzone strascicata e lagnosa, alla Amedeo Minghi per intenderci. Ma forse proprio perché la parodia qui si trasforma quasi in scherzo, allora l’operazione sembra meno riuscita. Perché poi il gioco sta anche nel creare canzoni che all’ascolto della parodia fatta siano dei prodotti nuovi e fruibili, non delle semplici decostruzioni.

 

E invece mi piace concludere col brano che precede la serie parodica e che probabilmente è il migliore dell’album: Siamo tutti cattivi. Il mea culpa di noi occidentali che siamo responsabili di ciò che ci accade attorno (di sfuggita vengono citati gli incendi di Los Angeles e la Palestina) viene contrapposto a ciò che possiamo fare per contrastare la nostra cattiveria: l’impegno. La lotta emerge quindi tra canzone e confessione: tre strofe completamente diverse, arrangiate in maniera esemplare, strascicate nella loro disperazione, pronte a sottolineare la mancanza di comprensione dell’altro anche nelle parole. Due esempi: l’enjambement sottolineato marcatamente dalla musica tra i versi «tra complotti e filtri devi / sopravvivere fino a domani» è il dovere che abbiamo di intervenire, senza nasconderci dietro la denuncia generica complottista; la polemica contro l’iper-cultura alla Battiato, la torre d’avorio da falco alto levato montaliano, che non ci permette a volte di essere coinvolti, nei versi dove ci si riferisce probabilmente a Prospettiva Nevski, che finisce con quell’alba dentro l’imbrunire, a cui Amalfitano risponde con «cercare l’alba nel tramonto, mistica, egoistica / umiliare sempre chi non può capire che significa». In contrasto a questa varietà, il ritornello sempre uguale di Siamo tutti cattivi rappresenta appunto invece la confessione, il ritorno a un ordine di umiltà, una speranza per ricominciare dopo la fine.

Sono Morto X 15 Giorni Ma Sono Tornato Perché L’amore è
Foto da Coco District
Artista:
Amalfitano
Etichetta:
Flamingo Management
Elenco Tracce:
01. Mille volte sì
02. Azzurrissimo
03. L’iliade
04. Siamo tutti cattivi
05. Fai come vuoi
06. Holy drinkard
07. Aznavour
08. Vai a costruire le campane
09. Casa dolce
10. cinquesette
11. L’ultimo concerto
12. I titoli di coda scorreranno sul fiume Tevere
Produzione Artistica:
Marco Troni
Anno di Uscita:
2025
Durata:
33:32