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De André e Il concerto ritrovato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo il grande successo del 17, 18 e 19 febbraio, mercoledì 11 marzo verrà replicato, solo per un giorno, in tutti i cinema.

Dopo aver visto il film ‘Il concerto ritrovato’, lo sguardo ed il pensiero non possono andare oltre la metafora di immaginare lo scorrere del tempo e di un Tempo. Il suo fluire, che scorre e che ci fa invecchiare, è l’immagine del Tempo totemico che rimane immobile ed immutabile… C’è contraddizione? No, non ce n’è. Le immagini del film, infatti, parlano da sole e rendono evidente che nell’osservare le due differenti modalità di computare il (t)Tempo tutto è perfettamente logico. L’incipit parte da un trenino in disuso che corre su un binario unico. Si tratta, quindi, di una linea minore; poi si entra in una vecchia carrozza (ristorante) di altri tempi, agganciata ad una motrice altrettanto d’epoca (qui nella foto un momento dell'intervista). Il percorso è quello presente su un tratto di ferrovia della collina genovese. Dori Ghezzi, Patrick Djivas, Franz Di Cioccio, David Riondino (presentatore ed ospite di apertura dei concerti) chiacchierano amabilmente rievocando alcuni momenti ed episodi della ormai davvero mitica tournée (questa volta mitica lo si può scrivere senza remore) che vide l’incontro di due mondi: quello della canzone d’autore, della letteratura ‘alta’, della solitudine interiore di Fabrizio De André e la canzone rock, progressiva e strumentalmente ineccepibile della Premiata Forneria Marconi, sempre  dedita a fare esplodere le emozioni del suo pubblico. Insieme alla visione del treno demodé, ai discorsi sulla scelta di quell’unione definita da molti estimatori dei due campi artistici come ‘pericolosa’, vi è la presenza della pioggia che batte sui vetri del treno; una presenza, questa, che sembra voglia e possa suggellare la sensazione del tempo che scorre inesorabile, a rammentarci che il passato è solo un passo per giungere al presente e che il presente, per dare senso al passato, è già proteso verso il futuro. Questo, forse, il senso profondo di un documento ritenuto perduto e riportato alla fruizione degli appassionati di musica, ma anche di letteratura, di sociologia, di poetica del vivere nell’incanto/tragedia della quotidianità storica. Perché è la ricerca - ed il ritrovamento di un ‘oggetto’ che si era perduto (la storia di una generazione…?) - il senso del film ‘Il concerto ritrovato’ (per la regia di Walter Veltroni). Un documento che ha riportato alla luce la registrazione (non completa in quanto per tre dei brani in scaletta il regista e i tecnici hanno ritenuto che non possedessero un’adeguata visibilità cinematografica) del concerto che De André & PFM presentarono, il 3 Gennaio del 1979, nel Padiglione C della Fiera di Genova. Un luogo oggi adibito a deposito di mezzi del Comune e che, a breve, verrà abbattuto perché, anch’esso, ha fatto il suo tempo…

Sempre per restare in bilico sul crinale del tempo che fluisce, colpiscono i luoghi di alcune interviste: una fabbrica dismessa in mezzo alla città di Genova (un tempo polo industriale fondamentale per il Paese), per Flavio Premoli e Piero Frattari (colui che ha filmato materialmente il concerto, previo permesso di De André) e il teatro parrocchiale di Corsico (l’intervistato è Mussida) dove vennero eseguite le prove di affiatamento e che le immagini rimandano come completamente restaurato. È l’eterna dicotomia tra ciò che si era e ciò che si è diventati, tra la nostalgia (fabbrica) e ciò che, invece, spinge ad andare avanti (teatro). E se le immagini del film rendono bene il segno dei tempi (quarant’anni non passano mai senza lasciare tracce…) ciò che colpisce è l’estrema contemporaneità della voce e della presenza di Fabrizio De André che, contornato da un nucleo di musicisti formidabili (oltre ai sopra citati, ricordiamo Franco Mussida, Roberto Colombo, Lucio Fabbri), si sentiva con “le spalle” così sicure da permettere a Guido Harari, fotografo ufficiale della tournée, di scattare foto dove, come e quanto volesse, a riprova della sua tranquillità sul palco acquisita grazie a questa crew di grande talento (anche per questo articolo, la maggioranza delle foto sono le sue...). Ma la tranquillità che c’era sul palco spesso non era presente sulle tribune e nelle platee dei luoghi in cui si svolgevano i concerti. A Torino, a Roma, a Napoli (ma non solo) spesso la musica e la voce dell’artista genovese dovevano affrontare, sovrastare, superare critiche, contestazioni, slogan, insulti, violenze. Erano i cosiddetti ‘anni di piombo’ e chi li ha vissuti conosce e ricorda molto bene la tensione e la pericolosità di quei giorni. Aldo Moro era stato rapito nel Marzo del 1978, la sua scorta annientata e lui sarebbe stato assassinato il successivo 9 Maggio, dopo 55 giorni di schizofrenia istituzionale ed annichilimento nazionale. Guido Rossa, operaio e sindacalista genovese, sarebbe stato ucciso, proprio a Genova, il 24 Gennaio del 1979, pochi giorni dopo il concerto. Autori dell’omicidio alcuni componenti della colonna locale delle Brigate Rosse che, magari, erano presenti al concerto…

Erano tempi davvero pesanti, crudi, violenti ma, nel contempo, pieni di verve, di speranze, di creatività dove ciascuno cercava di imporre la propria visione del mondo e dell’essere. C’era chi, purtroppo, lo faceva sparando e seminando morte e chi, invece, suonando e cantando, seminando su terreni forse ritenuti sterili ma che, in seguito, si sarebbero dimostrati colmi di forza e vigore tanto da giungere, nelle convinzioni interiori, solidi, fino ai nostri giorni. Anche questa forma di tempo ha la sua immobilità ed eternità, con la voce di De André che è sempre nel tempo presente, che non è mai fuori moda perché, come le sue liriche, non è mai stato di moda. Perché il racconto della vita e delle vite non ha né passato né futuro ma rimane fermo ed immutabile nel tempo come elemento di testimonianza, come pietra angolare etica, come elemento di forte contraddizione tra “il qui e ora” e il fermo immagine che tutto cristallizza perché non ha bisogno d’altro che di sé stesso per vivere.

Come del presente sono gli strepitosi arrangiamenti (o, forse, è meglio dire “orchestrazioni”…) elaborati dalla PFM che, dopo un quarantennio, non hanno perso nulla della loro potenza evocativa. Furono diciassette le canzoni del repertorio deandreiano ad essere trasformate in altrettante canzoni popolari a disposizione di tutti, entrate di prepotenza in quell’area vasta ed indefinibile che è la memoria collettiva. Una memoria non depositata in un iCloud qualsiasi ma ben impressa nel cuore e nelle emozioni di chi voleva, e tutt’ora vuole, ascoltare “qualcosa” che non soddisfi solo le proprie passioni musicali ma che sappia andare oltre il piacere immediato. Vedere le immagini (ovviamente non particolarmente brillanti, ma sappiamo che l’origine è “debole”), ed ascoltare l’audio (invece di qualità), leggere i testi sullo schermo (dalla calligrafia dell’autore), osservare i componenti della PFM fare roteare gli strumenti come fossero delle potenti e magiche spade Excalibur è un piacere senza eguali. Per via della sua posizione logistica sul palco, nel documento non è praticamente mai presente Franz Di Cioccio (se non per un breve intro a fianco “del cantante”, mentre qui lo vediamo in una sua famoso foto di repertorio), il componente della band che più di ogni altro ha perseverato nella ricerca di questo documento unico. Però si sente, eccome, nei quattrodici brani recuperati…  (in alto, un'istantanea oggi di quel gruppo di lavoro fantastico).

Quell’incontro artistico fu una scommessa, fu la ricerca di mettere insieme mondi culturali e musicali differenti e, si può dire, fortemente, in conflitto tra loro ma con lo scopo di ‘unire’, provare a mettere in sintonia, in condivisione quello che sulla carta pareva difficile da realizzare. Metafora di quei giorni per un Paese pronto a dividersi sempre su tutto, dal tempo dei Guelfi e Ghibellini, in una continua ricerca di divisioni anziché di sintesi. Quella serie di concerti fu anche, forse, la posizione dell’arte nel testimoniare che una forma di mediazione era possibile e se ci riuscivano artisti famosi (e l’ego degli artisti non è poca cosa…) allora poteva esserci speranza. I tumulti, raccontati attraverso le parole spese sul treno dai protagonisti delle immagini, erano sempre possibili e presenti ma la forza di affrontarli e superarli sovrastava ogni paura, ogni incertezza, ogni desiderio di tregua. C’era una sorta di guerra in corso e, a modo loro, De André & PFM avevano deciso di combatterla e le immagini di quel palco raccontano bene questo incontro-scontro. Con le chitarre di Franco Mussida a fare scintille, il basso di Patrick Djivas metronomico e potente, la batteria di Franz Di Cioccio che tesseva trame ritmiche e non perdeva un colpo e il piano elettrico, i vari moog, fisarmonica e chitarra acustica di Flavio Premoli a colorare le canzoni. A questo non va dimenticato l’apporto, il supporto sontuoso, di Roberto Colombo a raddoppiare il lavoro di Premoli e il magico violino così come la chitarra 12 corde di Lucio Fabbri. E poi la chitarra classica e la voce, quale incommensurabile ed inarrivabile voce di Fabrizio De André, sorridente e felice di essere sul quel palco, sui palchi di quel grande tour. Quando si spensero le luci di quella tournée non vi fu un album in studio a suggellare e continuare una relazione artistica. Probabilmente si parlò di un lavoro da fare insieme ma, come ben sappiamo, non se ne fece nulla e, a mio avviso, fu meglio così. Se un album con nuovi brani fosse realmente stato registrato, sicuramente sarebbe stato seguito da un tour promozionale e, forse, ci sarebbe stato tanto professionismo ma non la magia degli eventi unici. A ricordo tangibile di quell’incontro artistico rimangono i due album dal vivo e le foto di Guido Harari che aveva raccontato, in maniera silente e mirabile, i momenti cruciali di quei giorni. Ed ora, a fermare nuovamente il (t)Tempo, abbiamo ‘Il concerto ritrovato’ che, all’accendersi delle luci, ci ritroverà tutti “con una specie di sorriso”. (qui sotto un'istantanea oggi di quel formidabile gruppo di lavoro)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un plauso, dovuto, a Sony Music che ha prodotto il film, ai restauratori del video (Matteo Richetti) e dell’audio (Paolo Piccardo e Lorenzo Cazzaniga), a Walter Veltroni che ne ha curato soggetto e regia, a tutti coloro che hanno voluto che questo progetto andasse a compimento e, soprattutto, a coloro che erano sul palco ed a coloro che andarono ad ascoltarli. Accettando e condividendo le ragioni di una sfida. Vinta.

di Rosario Pantaleo

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