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Note d’Autore: l’omaggio a ...

di Andrea Direnzo Tanti suoi brani sono hit planetarie, molti altri fanno parte della memoria collettiva musicale del nostro Paese. L’elenco sarebbe davvero lungo e finirebbe per togliere spazio ...

Lilith and the Sinnersaints

Dal punk ad Adamo

Nel 1981, ad appena 16 anni, ha fondato i Not Moving, uno dei primi e più importanti gruppi post-punk in Italia. Nel DNA di Lilith-Rita Oberti, da sempre, il blues, il punk, la new wave; negli ultimi anni, dall'inizio della sua carriera solista, anche la canzone italiana. Tutte queste influenze sono mescolate sapientemente nel suo ultimo disco con i Sinnersaints, "A kind of blues". L'abbiamo intervistata.

Dal punk a La notte di Adamo, il passo non è poi così breve... o sì?

A prima vista no… ma se si considera l’ugenza di esprimere la malattia dell’anima, il veleno senza avere sempre l’antidoto, il fatto che l’uomo è sempre lo stesso, qualsiasi brano può essere rielaborato, bisogna essere nella parte... E poi, tenendo conto che sono passati quasi trent’anni, il mio gusto, i miei ascolti, non sono semplicemente cambiati, perchè continuo ad amare le stesse cose di allora -dal punk al rock’n’roll al blues- ma si sono ampliati, e tantissime altre cose sono entrate nel mio patrimonio musicale. Già nel mio primo album, “Lady sings love songs” del 1992, c’erano brani di Milva e Battiato, ad esempio; e in seguito sono entrati in repertorio pezzi degli Area e Gabriella Ferri. La notte di Adamo è un brano che, proposto dal nostro chitarrista Massimo Vercesi, mi è piaciuto: lo abbiamo riarrangiato in un’ottica che reputo personalissima, con influenze fortemente blues e alla “Twin peaks”. Piacerebbe a Quentin Tarantino.


Come è cominciata la tua personale riscoperta della tradizione italiana? Qual è stato il secondo "punto di rottura", quello che ti ha portato a superare la "rottura" dei Not Moving?

La base dei Not Moving erano i 60’s, con diverse sfumature… e come figlia di quel periodo la melodia italiana era sempre dietro la porta. Trovo tantissime analogie e vie parallele alla radice; inoltre i Not Moving sono stati spesso erroneamente catalogati all’interno di un generico punk contaminato. Dal vivo in effetti era vero. Ma già allora, soprattutto nell’ultimo periodo, ibridavamo il nostro sound con molte altre cose, inclusi funk, pop, folk, addirittura soul. Cercavamo, poco prima di separarci, nuove strade.

Quando ho lasciato il gruppo e nel 1991 ho intrapreso la strada solista, con il MiniLP “Hello I love me”, ho sterzato bruscamente, facendo solo cose acustiche. E ai tempi non era una cosa usuale, anzi precorreva tutta la “moda” unplugged che scoppiò poco dopo.  Ma non mi bastava ripercorrere i soliti sentieri blues e rock’n’roll. Andai a cercare nella musica italiana, a 360 gradi, trovando una miriade di brani adatti al mio mondo e che a loro volta hanno influenzato la composizione di nuove canzoni. Anche la mia voce, diciamo poco duttile, funge sempre da metro per operare una scelta.

I pezzi in italiano del nuovo disco spaziano dalle atmosfere fumose, quasi alla Tom Waits (ma ben lontane dalla pallida imitazione di molti epigoni nostrani), di Lo faccio per te, al blues acido (composto da Pier Adduce dei Guignol) di Jimmy il portento. Col suo testo che tra balere, lame e Madama, ci riporta sotto gli occhi un'Italia che pensavamo di aver dimenticato, quella degli anni Cinquanta-Sessanta in provincia. Il tutto filtrato dal suono, e dalla visione delle cose, di chi come te è "uscito vivo dagli anni Ottanta". Qual è il trait-d'union tra il Belpaese di Jimmy il Portento, quello dei Not Moving, e quello dei Sinnersaints di oggi?
Da emiliana con influenze liguri - figlia di quell’emigrazione verso la Francia che, oltre a racconti di quel tirare a campare, ha sentito parlare anche di luci, di lotte, di razze e di suoni - vissuta e che vive tuttora tra profonda provincia e montagna, la balera, la piazza del paese con il mercato, l’unico negozio di alimentari, la stalla con ancora le mucche, l’anziano che passa in bicicletta canticchiando vecchie canzoni, l’oratorio della chiesa affollato da bambini che giocano a pallone, sono realtà quotidiane con poche differenze da quella degli anni Cinquanta e Sessanta. Dove vivo io non si sono costruite più case nuove da cinquant’anni a questa parte, è rimasto tutto come allora. 

Vivevo questa realtà (anche Piacenza è sempre stato più un paesone che una vera e propria città, dove i singoli quartieri riproducono la realtà paesana) ai tempi dei Not Moving, la vivo adesso. Trent’anni fa mi ribellavo a questa condizione, che la quindicenne di allora trovava stretta e opprimente. Oggi mi ci trovo bene e cerco di migliorarla. Sono le radici da cui parte questa instabile e visionaria arte, la mia musica, e che mi permettono di cantare anche il primo punk dei gruppi newyorkesi o un testo come Ghetto degli Statuto, esclusiva espressione di una vita metroplitana.

 

Tra le cover di "A Kind of Blues", stupisce proprio Ghetto: completamente stravolta, trasformata in ballata scura ed enigmatica. Un pezzo che Oskar e soci scrissero nel 1989 eppure, nella sua semplicità, sembra ancora oggi di estrema attualità. Chi è il "ragazzo del ghetto" a cui Lilith pensa quando canta questo pezzo dal vivo?

È chi è stato derubato della gioventù, chi ha confuso l’essere con il sembrare e l’avere; è l’illusione e la chiusura; sarebbe potuta essere la ragazza Rita/Lilith, che aveva tutti i requisiti per essere figlia di quel ghetto, sia a livello sociale (non sono cresciuta in una famiglia ricca, anzi sono figlia di un operaio, vedovo) che a livello esistenziale. La musica, in qualche modo, mi ha affrancato da una realtà, soprattutto mentale, di quel tipo.


Il titolo del disco e la cover sono un chiaro omaggio a Miles Davis. In che modo "the Prince of Darkness" rientra nelle coordinate di Lilith & the Sinnersaints?

Miles Davis è sempre stato un personaggio di rottura. Così come lo è stato Charlie Mingus, che aveva ispirato il titolo dell’album precedente “The black lady and the Sinnersaints”, o Pasolini dal cui episodio del suo film “Ro.Go.Pag” presi il titolo per “Stracci”, album del 1996; o Billie Holiday, che invece ha ispirato quello del 1992 “Lady sings love songs”; o i Doors, per il mini Lp d’esordio “Hello I love me”.

Musicalmente ho sempre provato una certa antipatia per l’ambiente jazz, lo trovo un po’ chiuso, e poi non mi ha mai dato la carica del rock n’ roll. Amo però l’ immagine di Miles, il personaggio, la rottura che ha avuto proprio con certe elite.


Com'è stato ricominciare da capo, da solista, dopo la fine del progetto Not Moving (di cui nel disco riprendi Baron Samedi)?

Duro e traumatico, difficile, quasi una perdita di identità. Gli ultimi concerti con i Not Moving, alla fine degli anni Ottanta, attiravano dalle 500 alle 1000 persone, e anche più. Ripartire da solista, mettendoci la faccia al 100%, dai piccoli locali e pub, spesso davanti a gente che non aveva idea di chi fossi o che si aspettava una serata di punk’n’roll, è stato davvero difficile. Ma non ho mai avuto paura delle sfide. Se a 19 anni avevo saputo tenere il palco del Palalido di Milano, davanti a 12.000 persone in apertura ai Clash, non mi faceva certo paura questa nuova avventura. Che tra alti e bassi ha dato tante soddisfazioni e continua a darne.


Che ricordi ti hanno lasciato quegli anni, a livello musicale e anche personale?

L’innocenza, la perdita, la scoperta continua di tutto, il bene, il male.

 

Con Antonio "Tony Face" Bacciocchi, sin dagli anni Ottanta al tuo fianco alla batteria (e, non meno importante, nella vita), formate una coppia veramente rock'n'roll... Ci regali un paio di aneddoti?

Ci vorrebbe una vita e troppe parole… lacrime e rose, cascate, deserti, boschi, fiumi, pioggia, sangue, sudore, sorrisi, baci, cani, scogli, aerei...

 

Chi tra gli artisti italiani usciti negli ultimi anni segui con più curiosità?

Ho avuto il piacere di lavorare con Cut, Julie’s Haircut, Guignol e trovo siano molto interessanti. Mi piace il lavoro di Umberto Palazzo, dei Sick Rose...


Trovi che ci sia un atteggiamento diverso, rispetto a quando hai iniziato, nel modo di rapportarsi tra di loro dei musicisti di una stessa scena (indie, punk, cantautorale ecc)?

Ora come allora non ho visto una scena amica o compatta, credo piuttosto ad un abile ed illusorio tentativo giornalistico di far apparire tale una nascita di gruppi anche molto diversi tra loro. Io ricordo simpatie ed antipatie… con i conseguenti problemi tecnici a carico. Ma non una scena.

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