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Jò Campana

Il professionista che "illumina" le serate di tanti artisti si racconta all'Isola

Alcuni giorni fa, come spesso faccio la mattina appena alzato, accendo il pc per dare una sbirciata alle ultime news. Vado su Twitter e mi capita l’immagine del Liga al rientro da Shangai, una delle tappe del suo recente Mondovisione tour – Mondo 2015, che ha portato Luciano in giro per il mondo. Accanto a Ligabue scorgo in bella evidenza un volto familiare: mi avvicino allo schermo per mettere bene a fuoco l’immagine e,  con un misto tra sorpresa e stupore, riconosco in quel sorriso appena accennato il ghigno sornione di Jò Campana, compagno di tante giovanili battaglie sui campi calcistici della provincia di Brescia.  Ricordavo che si occupava di musica e di luci da palco, ma non pensavo fosse arrivato a tali livelli! Jò Campana è Light & Set Designer di molti artisti italiani che vanno per la maggiore e tra le sue collaborazioni, tanto per fare dei nomi, oltre a Ligabue ci sono Ramazzotti, Vasco Rossi, i Negrita, Luca Carboni, Ivano Fossati, Mario Biondi, i Verdena  e naturalmente l’ormai brescianissimo Francesco Renga. Giusto per chiarire: quando si parla di Light  Designer si intende il responsabile dello studio di tutto lo schema luci che viene utilizzato in concerto dagli artisti, cui spesso si abbina il progetto dell’intero set del palco. Questo  è quello che fa Jò Campana nella vita. E così dopo tanti anni ci ritroviamo, proprio come due vecchi amici.

Ciao Jò, te la passi bene come vedo, non sei cambiato per niente, a parte qualche pelo bianco sui basettoni!
Si, sto bene, cerco di mantenermi, sono reduce dal tour “Mondovisione-Mondo 2015” con il Liga, mi sto riambientando a Brescia.

Raccontaci del tour, è andato bene?
Decisamente. Siamo partiti con il minimo indispensabile al seguito, venti valigie, si girava in furgone, una bella avventura. Il pubblico era un mix tra italiani residenti all’estero e nuovi fans indigeni. Abbiamo fatto tappa a Shangai, Tokio, Buenos Aires, San Paolo, Melbourne, Sydney, un giro di 25 giorni nei teatri e nei club, belle situazioni, un fantastico club a Tokio e molto affetto ovunque. Il Liga è uno che non sta mai fermo, ama viaggiare e inventarsi situazioni nuove.

L’ultima volta mi pareva di averti  visto ad un concerto dei Negrita, ti occupavi già del loro palco all’epoca?
Si, certo. Ho iniziato nel 1987, sono entrato nel giro di Vasco, grazie alle mie insistenze, conoscevo Diego Spagnoli e da lì tutto è cominciato. Con i Negrita c’è un’amicizia forte, li seguo da molti anni, siamo amici, con loro si fanno le vacanze insieme. Ormai seguo diversi artisti e diversi gruppi, il numero uno è chiaramente il Liga, ma ne ho molti altri importanti, Mario Biondi, Francesco Renga ,Luca Carboni, i Verdena ed altri ancora.

La tua professionalità, che non è indifferente dovendo studiare e gestire luci e palchi di artisti di altissimo livello, dove l’hai appresa? Qual è il tuo background?
Semplice, sono partito dalla gavetta! La motivazione è stata la grande passione che avevo per la musica. Una volta infranto il sogno di diventare calciatore (ma se rinascessi la prima ambizione sarebbe ancora questa), svanito anche quello di diventare musicista, non mi restava che entrare nel mondo della musica dalla porta secondaria. Avevo studiato ragioneria, ho dovuto quindi rubare il mestiere e studiare, sono stato un paio di anni in Inghilterra a fare di tutto e una volta ritornato in Italia ho bussato alla porta di Vasco, che era il mio mito, e da lì è cominciato tutto. Ora per fortuna ho un bel giro di gente importante, e talvolta devo gestire contemporaneamente diverse situazioni, di versi tour.

In questi casi, non avendo credo il dono dell’ubiquità, come ti comporti?
Chiaramente ho dei validi collaboratori che portano avanti il lavoro che però è già ben impostato prima. Svolgo una intensa attività di pre-produzione, cerco di portarmi avanti il più possibile per evitare sorprese sul palco, dove si lavora sempre di corsa. Quando è possibile chiaramente seguo io anche il lavoro dal vivo, spesso non mi occupo solo di luci ma anche dell’intero set, concordandolo con gli artisti in base alle loro esigenze e alle caratteristiche dello spettacolo. Lavoro tanto ma confesso che per me è anche un divertimento, faccio una attività che mi piace molto e sono spesso in giro.

Hai dei momenti di libertà durante i tour?
A volte si. Nel caso più recente del tour con il Liga ho avuto l’opportunità di avere momenti liberi e di visitare città fantastiche come Tokio, Buenos Aires, Sidney, niente male direi.

Poi quando ritorni a casa, nella tua Brescia, come ti trovi?
E’ un altro mondo, non solo musicalmente. Spesso mi rendo conto di come in Italia siamo avvolti da un provincialismo molto marcato. Lo dico a malincuore perché amo la mia città, qui ho le radici, abito ancora in città e frequento i vecchi amici. Ma la distanza, non solo musicale, è notevole. Confesso che per ricaricare le batterie spesso vado in Inghilterra, a Londra, a Liverpool, mi tuffo nei pub a bere la loro birra, a sentire concerti ruspanti, a vedere le partite di football nei loro stadi. C’è molto da imparare. Mi piacerebbe fare qualcosa per la mia città, portare un po’ della frizzante aria inglese. E’ una questione di spirito, quando penso ad un artista come Wilko Johnson dichiarato malato terminale che rifiuta le cure e continua a suonare imperterrito capiamo quale può essere la loro stoffa e la differenza con la nostra mentalità.

Ti chiedo ancora di Luciano Ligabue, con il quale da parecchi anni stai collaborando ormai in pianta stabile: come ti trovi con il Liga?
Con Luciano mi trovo molto bene, oltre ad essere un grande artista umanamente è eccezionale. E questo per me è molto importante, anche in ambito professionale. E’ alla mano, semplice, è un tipo che “non se la tira”. Nel recente tour si noleggiavano dei furgoni per i trasferimenti e si viaggiava tutti assieme, è stato molto bello. Secondo me Luciano ne sentiva il bisogno, è stato come un ritornare ai suoi esordi.

In questo c’è differenza con l’altro grande rocker italiano, Vasco Rossi?
Si, molto. Vasco è un’istituzione ed è molto più personaggio, ha le guardie del corpo e diversi filtri, una struttura che lo “protegge”. Con il Liga quando siamo a Correggio, dove abita tuttora, andiamo tranquillamente a mangiare in trattoria, gli chiedono l’autografo e lui firma senza problemi, poi riprende a mangiare.

Tornando a Brescia non possiamo non parlare di Francesco Renga, un altro che si avvale della tua collaborazione.
Siamo entrambi bresciani, ci frequentiamo. negli ultimi anni Francesco è diventato anche lui un personaggio importante, grazie alla scelta musicale che ha fatto, ovvero lasciare sullo sfondo le atmosfere rock e dedicarsi di più alle grandi produzioni pop, lavorando con artisti di grande successo come Elisa o Alessandra Amoroso. Nel suo cuore abita comunque tuttora un’anima rock, sua passione giovanile.

Cambiamo ancora genere, dal pop-rock di Francesco Renga al rock senza se e senza ma dei Verdena.
I Verdena mi piacciono molto, come sound ma anche come persone. Li seguo da alcuni anni, studiamo insieme il set del loro palco, loro richiedono atmosfere particolari adatte ai loro suoni. A breve partiremo per il tour del nuovo disco e sono molto carico, anche perché è molto facile andare d’accordo con loro, professionalmente ed umanamente.

Questo ed altro ci siamo detti io e Jò Campana in un’oretta davanti ad una classica birra alla spina “bresciana”, distante mille miglia, come altre cose italiane del resto, dalla tradizionale Newcastle beer inglese. Ho ritrovato un caro amico e ho riscoperto uno straordinario professionista della musica, un nome che forse non dice molto ai più, ma che merita senz’altro di essere ricollocato nel novero dei bresciani che hanno fatto strada, e che tanto può dare alla sua amata Brescia.

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