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Ciao, Ezio.

Compositore, pianista e direttore d'orchestra, Ezio Bosso si spegne a 48 anni.

Ci ha insegnato che la musica possiede la magia di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo. Un tempo condiviso.

Vi prego, chiudete per qualche istante gli occhi.

Immaginate un pianoforte a coda, al centro del palcoscenico di un teatro senza spettatori se non voi stessi. Immaginate ora di saperlo suonare, quel pianoforte, e di saperlo fare così intensamente da non riuscire a smettere di farlo, come se quello strumento bianco e nero fosse l'unico mezzo a vostra disposizione per raggiungere una felicità talmente tracimante da volerla condividere con tutti, come una cascata inarrestabile. Non è incredibile, il pianoforte? Ottantotto tasti, come a sottolineare il doppio infinito che si genera a ogni nota. I colori che riesce a creare, nonostante la provocante bicromia dei tasti. Le corde che vibrano per simpatia, moltiplicando le emozioni nello stesso modo in cui due specchi che si riflettono l'uno nell'altro disegnano la non finitezza del pensiero.

Dal fondo del vostro teatro, uno spettatore inesistente vi addita con una domanda agghiacciante: cosa fareste, se invece di recidere in un istante il filo della vostra vita, le Parche decidessero di donare al tempo la possibilità di bloccare lentamente il vostro corpo, fino a obbligarvi a smettere di suonare? Io, personalmente, mi lascerei andare, chiudendo gli occhi e abbandonandomi alla disperazione più nera, e sono certa di non essere l'unica a pensarla in questo modo: arrendersi è più facile che combattere. Eppure ci sono persone che più la vita s'accanisce, più riescono a rialzarsi, senza perdere né la speranza né la voglia di vivere. C'è una persona, in particolare, che ha smesso di domandarsi il perché, riuscendo a trasformare ogni problema in un'opportunità.

Questa persona si chiama - si chiama, presente indicativo - Ezio Bosso, e la vita, con lui, è stata tutt'altro che clemente: dapprima gli ha cancellato la memoria, azzerandola e obbligandolo a ricominciare tutto da capo. Poi la paralisi, lenta, inesorabile. Ma Ezio ha sempre messo le mani sul viso dei suoi ascoltatori, li ha obbligati a guardarlo negli occhi e ha continuato a chiedere loro, con pazienza, di non star lì a perdere tempo a cercare di capire come dovesse essere etichettata la sua malattia; ha sempre invitato tutti a guardare oltre, disegnando di volta in volta un altrove in cui era lui a disegnare il contorno di una speranza che chissà davvero da dove scaturiva.

Seduto sul confine del mondo, Ezio sfruttava i suoi movimenti incontrollabili per muoversi a tempo con la musica, muovendo la sua bacchetta magica non come un direttore, bensì come un conducente d'orchestra, che giunge e trasporta altrove spiegando esattamente il significato profondo dell'unione, delle note che suonano all'unisono così come dovrebbero fare le nostre anime, costantemente distratte da ciò che non conta. Conosceva a memoria le partiture, Ezio, come se gli spartiti non fossero altro che le pagine del racconto della sua vita condivisa con tutti.

Uno dei suoi brani di maggior successo s'intitola Following a bird... (vedi il video). Lui non avrebbe mai potuto rincorrere quell'uccellino, eppure non ha mai smesso di rincorrere i suoi sogni, come se i dolori lancinanti che provava in tutto il corpo fossero soltanto un fastidio di sottofondo. Ma le Parche, ieri notte, hanno deciso di recidere il filo sbagliato, e l'equilibrio precario e trasversale della vita ha fatto cadere per terra la bacchetta magica di un artista della vita, la cui mancanza ha creato un vuoto incolmabile.

Lo vedete ancora, quel pianoforte su quel palcoscenico del teatro dell'esistenza? Non è necessario sforzarvi: lui non è più lì, le sue mani non possono più accarezzare quegli ottantotto tasti bianchi e neri; eppure la musica continua a suonare, a suonare, a suonare. 

Nulla è per sempre, dicono. Ma grazie al cielo le eccezioni esistono, e tu, fra queste, sei una delle più luminose

Ciao, Ezio.

 


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