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Albert Hera

L’incontro con Albert Hera avviene a Londra. Durante il London A Cappella Festival, il vocalista italiano (unico invitato ufficialmente del nostro paese) è salito sul palco con gli Swingle Singers e con il London Vocal Project, una formazione a cui il grande solista Bobby McFerrin ha concesso l’esecuzione delle sue musiche. E il discorso si è spesso soffermato su questo artista dato che Albert Hera ha partecipato al progetto discografico VoCAbuLarieS. Ma Hera ha presentato anche il suo ultimo album AriA con otto tracce nel segno della vocalità, e non solo.

Può spiegare su quale aspetto della voce si incentra la sua esperienza?

«Lavoro abitualmente sulla ricerca di suoni, dato che la mia musica si fonda sulla costruzione di melodie senza parole, che nascono associando fonemi creati con uno scopo primariamente evocativo. Suoni che ricordino paesaggi, profumi, sapori, musiche e genti lontane. E’ la stessa prassi di Bobby McFerrin. In questo modo posso andare alla ricerca delle varie caratteristiche, anzi dei vari colori della voce, così come esistono i colori delle arti figurative. Non essendo vincolata ad un linguaggio verbale, la mia musica diventa una forma di espressione artistica comprensibile da chiunque, cosa che mi consente di portare il mio messaggio musicale in ogni luogo».

Cosa è una Circle Song, forma a cui McFerrin dà il titolo di un disco?

«In generale è una forma di improvvisazione corale che può essere realizzata attraverso diversi strumenti come voci o percussioni Un solista-direttore, in un processo di libera improvvisazione, crea e assegna progressivamente ai coristi, disposti a cerchio e ripartiti per sezione, specifici moduli ritmico-vocali che vengono ripetuti in una sorta di litania. Dal loro incastro nasce la struttura armonica del brano. In questi anni ho costruito un personale modo di condurre Circle Song che include ad esempio anche l’utilizzo di segnali per gestire l’esecuzione polifonica in funzione del flusso creativo. L’obiettivo è quello di coinvolgere non solo la dimensione vocale, ma anche quella corporea (movimento, ritmo), cognitiva (memoria, attenzione) e socio-emotiva (ascolto, sintonizzazione, coordinazione tra le sezioni). Ne risulta un’esperienza di profondo assorbimento in cui i fattori emotivi diventano la base per facilitare nei partecipanti una nuova e più acuta consapevolezza degli aspetti ritmici, polifonici, esecutivi, antropologici dell’attività canora».

Come è nato il suo coinvolgimento in VoCAbuLarieS di Bobby McFerrin?

«Quella con Bobby è una storia fantastica che ha inizio nel 2002, quando ebbi l’opportunità di partecipare ad una Circle con lui durante un suo spettacolo a Torino. In seguito, grazie ad un sogno che mi ha cambiato la vita, l’ho incontrato nuovamente ad Assisi, nella basilica della Porziuncola. Dopo questo evento incredibile, i rapporti si sono consolidati fino a quando ho ricevuto una mail dai produttori Roger Treece e Linda Goldstein che mi chiedevano espressamente di volare a New York per prendere parte alla registrazione di VoCAbuLarieS. Questo progetto mi ha dato la possibilità di mettermi profondamente in discussione: le parti erano molto difficili, i ritmi serrati, l’ansia da prestazione altissima. Ma alla fine è andata, e ho inciso la mia voce in 4 delle 7 tracce».

Ci sono state altre cose in programma con McFerrin?

«Sì, la partecipazione alla sua opera Bobble dedicata alla torre di Babele nel 2009. E’ un lavoro che ha coinvolto 21 cantanti provenienti da tutto il mondo e come partecipante dell’Italia la scelta è caduta su di me. Tra l’altro ricevetti la telefonata davanti a un’altra chiesa dedicata a San Francesco, ad Ascoli Piceno».

Cosa l’ha spinto a fare il disco, forse il bisogno di mettere nero su bianco ciò che ha fatto fino ad ora o altro?

«Il primo album Positive Consciousness era autoprodotto e stampato in 500 copie. Si trattava appunto del risultato di un flusso di coscienza positivo, uscito di getto. AriA (con un brano di McFerrin e gli altri originali scritti da Hera con Massimo Celsi, ndr) invece ha avuto bisogno di un anno di lavoro: racconta un periodo particolare della mia vita segnato da una forte lacerazione e da un’intensa sofferenza che ha poi aperto la possibilità ad un nuovo inizio. Mi sono reso conto che in realtà questo iter è il percorso di ogni sorta di nascita: è grazie ad un doloroso strappo (la recisione del cordone ombelicale) che ciascuno di noi è alla vita. Da quel momento in avanti il nostro cammino è segnato da altri profondi strappi, alcuni imposti, altri proposti. Ciascuno di essi racchiude in sé non solo dolore ma anche un’opportunità: per accogliere nuove sfide, per guardare con occhi nuovi, per aprirsi a nuovi incontri e a una nuova vita».

La voce è importante ma ci sono anche presenze strumentali…

«Nasco come sassofonista, e ho suonato per moltissimi anni prima di diventare cantante. Il sax ha influenzato fortemente sia il mio modo di cantare che di fare musica. Ho pensato per molti anni di riscoprire la voglia di condividere la musica nella sua interezza. Ho voluto utilizzare chitarra, sax e piano in modo che ci fosse una completezza musicale, non unicamente vocale. I musicisti imparano nell’esperienza corale a condividere e contribuire assieme ad altri alla realizzazione di un processo più “grande di loro”: nella Circle ciascun musicista sente di poter esprimere il meglio di sé in virtù della forza che deriva dall’essere parte di quell’insieme. Mi ricorda il concetto di umanità espresso dalla parola Ubuntu: “Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti”».

 

Discografia solista:

Positive Consciousness, autoproduzione, 2005

AriA, autoproduzione, 2011

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