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Max Manfredi e "l'inganno metrico"


Il regno delle fate è una canzone di Max Manfredi contenuta nell’album ‘Luna persa’ del 2008; è questa:

Qui parlerò di metrica. La metrica non è un mostro con sei teste che fagocita ogni volontà di rilassamento cerebrale, perché funziona anche e soprattutto senza il bisogno che sia compresa razionalmente; è un piacere istintuale.

D’altra parte, la metrica è semplicemente una serie di convenzioni mensurali – una serie di misure – in funzione delle quali creare significati aggiuntivi nei testi per canzone o nelle poesie. Nei testi per canzone, in più, ci sono due tipi di misura: quello del testo e quello della musica. Ecco: qui mi piacerebbe dimostrare come la metrica musicale della canzone Il regno delle fate sia essenziale per la portata artistica del brano, di fronte all’apparente semplicità del ritmo e delle cadenze.

PREMESSA METRICA
Drammaticamente, siamo abituati a concepire la metrica di una canzone solo in base al suo testo. Il guaio è che anche molti cantautori pensano alla metrica esclusivamente in questo senso, piegando del tutto le esigenze della metrica musicale a quella delle parole. Ancora più drammaticamente, spesso vengono usati gli stessi parametri metrici della poesia italiana.

Quali sono questi parametri? I versi canonici: endecasillabo, settenario, ottonario e via dicendo. Prendiamo l’endecasillabo, il verso più importante: la sua caratteristica metrica è quella di avere l’accento più forte in decima posizione:

Per individuare  l’endecasillabo bisogna contare le sillabe – o, meglio, le posizioni d’accento –, quindi la misura di riferimento, il limite entro cui contenere l’ispirazione, la sfida della gabbia creativa si gioca dentro le possibilità ritmiche d’accento tra la prima e la decima sillaba. Questo è il numero di posizioni a disposizione per esprimere i propri concetti. La metrica italiana è una metrica accentuativa, organizzata in ‘pacchetti numerici’ di riferimento: quando l’ultima sillaba accentata è la decima si ha l’endecasillabo, quando è la sesta il settenario e così via.

Per la metrica classica le cose funzionano diversamente. Prendiamo la poesia latina: lì una delle caratteristiche principali della lingua è la diversa lunghezza delle sillabe, per cui la misura di riferimento è la quantità della lunghezza di ogni metro, non il ritmo e gli accenti come per la poesia italiana. Allora non sarà importante contare gli accenti, le posizioni fino alla decima o alla sesta, ma sarà importante l’organizzazione di ogni singola cellula metrica: più cellule metriche formeranno i versi. Per esempio, una possibile organizzazione della cellula metrica è il metro giambico: breve-lunga-breve-lunga (◡–◡–); quando si mettono insieme due metri giambici, in metrica classica, si ha un verso canonico: il dimetro giambico.

Allora, mentre nella metrica italiana il metro corrisponde col verso (l’accento sulla decima è il metro, la misura dell’endecasillabo e corrisponde con ciò che è il verso), in metrica classica il metro è un punto di partenza, una organizzazione dell’unità di misura che poi si ripeterà diverse volte per dar vita ai vari versi (il metro, la misura del giambo è breve-lunga-breve-lunga, il verso sarà dato da quante volte ripeteremo il metro, la misura giambica).
Fine premessa.


IL REGNO DELLE FATE
Che c’entra Il regno delle fate con tutto questo? Vediamo.
La canzone di Max Manfredi ha il suo punto di forza nel fatto di essere organizzata su diverse dualità, sullo scontro di contrarietà, di antipodi che sappiano dare l’ingannevole sensazione di tepore, di un ciondolare ipnotico. Una specie di tic-tac della sveglia corrispondente al ritmo del camminare in una stazione, tra i placidi pensieri verticali interni a chi cammina e il caos orizzontale dell’esterno.
Nel link sopra citato si osservi per esempio come questo accada nell’esecuzione teatrale di Manfredi: postura classica con chitarra a trequarti, atteggiamento dolce con testa inclinata sia pronunciando immagini tenere che situazioni apocalittiche.
Una mansueta e placida realtà minacciosa. Si prendano le parole-rima della prima strofa:

Una signora non più giovane sorride alla fermata del passante per Milano.
Io che raccolgo le mie cose e con lo zaino scendo giù dal treno pieno.
Ci sono facce variopinte, polizia, non c’è bisogno di vetrine colorate
o forse sì ma solo come una finestra per il regno, per il regno delle fate.
Ed una rossa col cappotto che sorride al fidanzato che non vedo
e gli sorride e lo saluta e d’improvviso piglia e sale sopra il treno.
Io non li guardo mentre bacia il suo ragazzo ma si vede che lo ama per davvero
come si vede la stazione di Lambrate e di Milano Rogoredo.

Le rime sono date da parole che sfruttano la sonorità delle consonanti in rima, della ‘n’, della ‘d’ o della ‘r’, fino all’esplosione di dolcezza della parola ‘Rogoredo”, data da una graziosa vibrante e da due occlusive sonore ‘g’ e ‘d’, descrivendo un’immagine aulica, romantica. Bene: l’unica consonante sorda che rompe l’idillio delle rime è la ‘t’ della rima ‘colorate: fate’, e di certo non è un caso che questo avvenga precisamente quando l’immagine è decostruita, quando si è fuori dalla metarealtà, quando si nomina l’imbroglio, la vetrina, e la realtà si mostra per quella che è e si chiama per nome l’Inferno. Il tutto però ovviamente rientra subito, perché siamo solo all’inizio, perché la consapevolezza di vivere una metarealtà la si può solo intuire, ma subito rientra, un po’ come l’«inganno consueto» di Montale. Comunque, anche qui c’è una dualità, una realtà e una metarealtà significata nelle rime.

Questa dualità d’impianto della canzone esplode nella metrica: Manfredi usa la lingua italiana - che, come abbiamo visto, organizza la propria misura nel numero delle sillabe e degli accenti - servendosi però non della concezione italiana di metrica, ma di quella classica, perché i versi de Il regno delle fate non sono dati dalla quantità di sillabe, ma dalla ripetizione delle cellule metriche: impostazione classica della metrica che organizza elementi italiani: ennesima dualità, ennesimo contrasto.

Tecnicamente si chiama metrica barbara, ma questo a noi poco importa. Quello che i latini chiamavano brave-lunga-breve-lunga all’interno del metro da ripetere, usando la lingua italiana verrà chiamato atona-tonica-atona-tonica: l’importante è che questa cellula metrica verrà ripetuta e solo così si formeranno i versi. Insomma: concezione italiana e concezione classica si fondono in un andirivieni ciondolante e ipnotico.

E allora alla domanda «Perché Il regno delle fate ha versi di diversa lunghezza? Come è possibile?» si potrà rispondere che questa canzone è organizzata secondo i criteri della metrica classica, per cui il metro non corrisponde col verso, quindi i versi possono perfettamente non essere tutti uguali, perché la metrica de Il regno delle fate è data dalla cellula ritmica diatonica della melodia presa a grappoli di quattro note: il metro è ‘ta-tà-ta-tà’, ogni ‘ta-tà-ta-tà determina un significativo cambiamento della melodia e ogni ‘ta-tà-ta-tà’ è da ripetere fino alla parola rima: vero e proprio punto di discrimine usuale nell’immaginario metrico della gente.

Le rime sono usate come cuneo o grimaldello, per avviare in maniera subdola la piacevolezza e l’amenità della metarealtà che ci è dato abitare.

***

«Specchietto, modellato sul primo verso de Il regno delle fate, proposta - anche un po' sfacciata - per estrapolare il 'canzonèma', unità minima di significato del linguaggio 'canzone d'autore'. In P. Talanca, Cantautori novissimi. Canzone d'autore per il Terzo Millennio, Bastogi, Foggia, 2008»
«Specchietto, modellato sul primo verso de Il regno delle fate, che vuole essere una proposta - anche un po' sfacciata - per estrapolare il 'canzonèma', unità minima di significato del linguaggio 'canzone d'autore'. In P. Talanca, Cantautori novissimi. Canzone d'autore per il Terzo Millennio, Bastogi, Foggia, 2008»

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Più approfonditamente, poi, è a livello armonico che Manfredi crea i presupposti perché i versi siano di diversa lunghezza: quello che in gergo si chiama ‘giro armonico’ dovrebbe essere qui IV-IIm-V-I. Ecco: per permettersi versi di varia lunghezza Manfredi dà un punto di sfogo al verso, bloccando la durata di tutti gli accordi tranne quello in V posizione. Suonando la canzone in tonalità di DO maggiore, sull’accordo di SOL maggiore alcuni versi indugiano per due battute, altri per tre, altri ancora addirittura per quattro. L’accordo sulla V è la valvola di sfogo che permette le diverse lunghezze.

Insomma: è sulla metrica musicale che Manfredi punta per una più interessante creatività della canzone, per un maggiore movimento estetico, per rompere la staticità del sempre-uguale. Questo in barba a chi crede che l’artisticità della canzone d’autore sia data solo dal testo. Qui il testo è – detta in maniera iperbolica – un ulteriore inganno, con immagini dolci o terribili che sembrano completarne il significato e che invece sono solo contrappunti aulici e pacifici alla sostanza infida della struttura e del tutto.

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