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Juri Camisasca

Lodi ed inni alla luce…

Certamente tutti gli appassionati di musica ricordano con particolare piacere il momento in cui i Blues Brothers affermano di avere visto “la luce”. È un momento cardine del film omonimo. Un momento comico ma, anche, terribilmente serio, tanto da essere lo spartiacque tra “l’obbligo del fare e la consapevolezza dell’essere”. Roberto ‘Juri’ Camisasca la Luce l’ha incontrata davvero e da allora la sua vita è “consegnata” a questa interiore consapevolezza. Tutti i suoi lavori sono pervasi da questa Luce, incontrata, ricercata, sempre presente anche nei momenti di oscurità. Una Luce che probabilmente era presente, in maniera informe, anche nel suo album di esordio, La finestra dentro che tanto fece parlare la critica musicale di metà anni ’70 per la sua carica di iconoclasta ricerca interiore. L’ascolto del suo ultimo lavoro, Laudes, non adeguatamente supportato a causa della pandemia (l’album è uscito a Novembre 2019), mi ha colpito come una sorta di amichevole buffetto che il Maestro zen dà al discepolo quando quest’ultimo si perde in inutili elucubrazioni. Ho pensato che questo buffetto potesse richiamare ad un’intervista e così sono nate domande e risposte che volano oltre la mera attenzione discografica per sondare “mondi lontanissimi” che, però, hanno radici potenti dentro noi stessi…                      --------------------------------------------------------

 

Laudes, il tuo ultimo album, racchiude una sorta di sguardo sull’eternità. Come lo hai immaginato, costruito e quanto ti ha dato dal punto di vista spirituale?
Sono partito dall’idea di elevare un ringraziamento a Dio per tutti i benefici che mi ha concesso, materiali e spirituali. Diciamo che con Laudes sono uscito allo scoperto facendo una dichiarazione pubblica della mia devozione all’Altissimo, soprattutto nel brano Inno alla Luce. È stata un’esigenza del cuore. 

L’album è cantato in una maniera quasi perfetta (la perfezione non ci appartiene…) con un dosaggio musicale davvero potente e suggestivo. Come sono nati questi suoni così pieni ma nello stesso tempo così contemplativi?
Io e Carlo Longo, fonico e arrangiatore, pur avvalendoci delle innovazioni sonore siamo stati attenti a non cadere nel mero effettismo. La musica può far presa in diverse maniere: può colpire la sfera mentale, quella motoria o quella emozionale. A me interessa comunicare al cuore delle persone, anche quando i contenuti sono di natura più filosofica che non poetica. Ne consegue che se una soluzione di arrangiamento non mi tocca l’anima, si va alla ricerca di un’altra veste per il pezzo.

Nasci operaio, diventi musicista, ti trasformi in monaco benedettino, diventi un eremita (senza paura della ‘vita normale’) per gustare il silenzio… ma rimani musicista. Quale il filo che lega queste dimensioni della tua vita?
Il Mistero. Mi sento come fossi nelle mani di una Intelligenza superiore. Col tempo ho saputo leggere i diversi cambiamenti della mia esistenza come tappe essenziali per il raggiungimento del mio stato attuale, che non è ovviamente l’ultimo. La vita è un viaggio, non una destinazione, diceva R.W.Emerson.

Cosa ha significato, per te, essere toccato dalla vocazione?
Credo che chiunque sia stato toccato dalla vocazione abbia dentro di sé la certezza assoluta di una esistenza “Altra”. Una dimensione che non è afferrabile dalla ragione, né, tantomeno, dagli strumenti scientifici. Chi ha avuto questa benedizione attraversa le vicissitudini della vita con leggerezza e gioia; è sempre sereno, anche quando le cose non vanno bene. E se anche sopraggiunge la sofferenza, la sa trasformare in un terreno fertile per la fioritura della sua anima.

L’eremo e la ricerca del senso della vita, nel silenzio, hanno contraddistinto gran parte della tua vita. Cosa ha rappresentato (e rappresenta) per te questa dimensione?
Una vita vissuta senza ricerca interiore è una vita sprecata. Il silenzio è una condizione fondamentale per entrare in sé stessi. Questo per me significa tutto. “Cercate prima il Regno dei Cieli e il resto vi sarà dato in aggiunta”, queste parole del Vangelo hanno una profondità inaudita, e sono essenzialmente vere. Però sul silenzio bisognerebbe fare paradossalmente un lungo discorso. Non si tratta di rimanere zitti, ma di raggiungere una particolare zona di quiete.

D’ora in avanti il mio lavoro sarà solo amare”. Queste le parole di Edith Stein quando entrò nel Carmelo di Echt. Quanto di queste parole ha cambiato la tua prospettiva di vita e di visione delle cose?
Edith Stein ha detto tutto con una sola frase. Questo è il fine del cristianesimo e di tutte le tradizioni religiose. Se diventi amore puoi solo amare, l’odio è assolutamente impossibile. E così comprendi che l’amore è come una fragranza naturale che emana dalla tua presenza.

La musica, almeno quella che cerca l’infinito, può essere considerata una sorta di chiave per la ricerca del sé più profondo?
Sì. La musica ha un potere eccezionale nel condurre l’anima verso le immensità interiori. Alcune ricerche hanno dimostrato l’influenza del suono su alcune aree del cervello. Il discorso richiede un certo approfondimento. La stessa memoria subisce una sorta di risveglio delle emozioni. Se ascolti una canzone della tua infanzia fai una sorta di viaggio nel tempo e rivivi i profumi, i colori e le immagini legate a quel periodo. Va da sé che la musica di natura elevante o meditativa, mi riferisco ai raga indiani, ai canti gregoriani o alla musica sacra in genere, ti trasporti nei mondi mistici.

Forti sono stati per te alcuni incontri letterari quali quelli con Santa Teresa d’Avila, San Giovanni della Croce, Sri Aurobindo, Sant’Agostino. Che cosa di questi grandi uomini di fede e sapienza ti ha maggiormente colpito?
La loro dedizione assoluta a Dio. Stiamo parlando di colossi. 

 

La musica che ascolti o che componi, ti parla? E, nel caso, per dirti che cosa…?
Il linguaggio della musica è di tipo evocativo, simbolico e ci parla della fonte da cui proviene. Un corale di Bach mi suscita il denso del divino; Smoke on the Water dei Deep Purple mi riporta al tempo del mio vigore giovanile. La mia musica la ascolto solo in fase di composizione-registrazione e durante le esecuzioni nei concerti. Nelle esibizioni “live” avviene in me una sorta di sdoppiamento dell’attenzione; c’è una parte che controlla ed è presente alla performance e un’altra parte che si assorbe nelle melodie e nelle sonorità, facendomi rivivere quindi quella scintilla creativa che ha dato origine al pezzo. Il fine però è sempre quello di dare qualche buona emozione al pubblico.

Oggi, a quasi settant’anni, puoi dire di sentirti in armonia con il mondo e che cosa di questo mondo proprio non ti piace…?   
Direi di aver raggiunto una buona quota di armonia. Il punto sta nel non lasciarsi troppo coinvolgere dalle numerose assurdità, riuscire ad essere osservatori neutrali. Di cose che non mi piacciono ce ne sono tante, ma sono quelle stesse cose che si stanno ripetendo dai tempi di Caino e Abele: violenza, gelosia, rabbia, ecc. Ma per restare ai nostri giorni direi che non sopporto la volgarità, l’arroganza e l’aggressività come metodi di prevaricazione. Anche nei dibattiti, chi è aggressivo vince. L’assenza di rispetto, di empatia e di attenzione verso il prossimo denotano una mancanza di orientamento verso i reali valori della vita. In questa maniera non si va da nessuna parte. In fin dei conti si tratta solo di una sfrenata ricerca del potere, il desiderio di affermare il proprio ego a qualunque costo. Nella politica questo aspetto trova la sua espressione massima. Alla luce di tali considerazioni, questo mondo, a volte, mi sembra un grande manicomio.

Se dovessi dare un consiglio a chi ti segue artisticamente ma ha anche una sorta di attenzione per la spiritualità, che cosa consiglieresti per imparare ad ascoltare quello che il silenzio ci comunica?
Un solo consiglio: meditare! Imparare una tecnica di meditazione e conservarla per tutta la vita. In seguito, lo stesso modo di meditare può anche cambiare, ma quello che più conta è che la stessa vita cambia. Ogni giorno diventa una festa, una celebrazione. Orizzonti sconfinati ti si aprono davanti, e ogni cosa ti appare sotto una nuova luce. A quel punto il silenzio diventa il linguaggio dell’Infinito e il suono della natura diventa il canto dell’universo.

Com’è il tuo rapporto con il pubblico quando lo incontri nei concerti?
È un incontro tra amici, con persone che quasi sempre condividono il mio stesso percorso. Non esiste la barriera artista-fan. I miei concerti hanno più il carattere dell’adunanza che non dell’esibizione artistica. È un modo per trovarci insieme e stabilire una circolazione di energie benefiche, rigeneranti.

 

Gli anni ’70 sono stati anni certamente molto intensi. Che cosa ricordi, nella tua esperienza, di positivo e che cosa di negativo. E quali le occasioni perdute per la tua generazione? 
Diciamo che gli anni ‘70 incominciano con gli anni ’60... Infatti, dai Beatles in poi, è avvenuta una rivoluzione nel vero senso della parola, sia sul piano musicale che sul piano del costume. Il mio sguardo è comunque rivolto unicamente al lato artistico, poiché in fatto di politica sono sempre stato un estraneo. Quindi sintetizzo: mi è piaciuta la grande innovazione musicale, il desiderio di sperimentare diversi panorami sonori, l’utilizzo importante dei testi nelle canzoni, anche se a volte troppo politicizzati. Inoltre, c’è stata questa grande voglia di libertà, di sganciarsi dagli stereotipi e dai modelli imposti dal sistema per dare respiro alla propria identità. Ricordiamoci anche la divulgazione di libri inerenti alle filosofie orientali, da Hermann Hesse ad Alan Watts, dal Tao Te Ching alla Bhagavad Gita. Quello che invece non mi è piaciuto è che la trasgressione era un po’ fine a sé stessa, nel senso che potevi cadere in una sorta di circuito meccanico e quindi diventare tu stesso schiavo di un modello di libertà che in realtà ti rendeva prigioniero. E purtroppo molti sono rimasti incastrati in questo gioco. Il dito che indica la luna non è la luna. Ecco dov’è l’inganno. Alcuni non hanno avuto il coraggio o la forza di andare più in profondità, poiché per andare in profondità bisogna lasciar perdere sé stessi, dimenticarsi, e questo è un argomento che può fare paura. Purtroppo, molti si son persi per strada.

Che genere di musica ascolti di solito? Ascolti ancora musicisti e brani che ti hanno “formato” all’inizio della tua carriera?
Di solito non ascolto musica, il silenzio lo trovo totalmente appagante. Mi basta il canto degli uccelli e il suono del vento. A volte ascolto i brani di Hildegard von Bingen, le campane tibetane, Alì Akbar Khan e via discorrendo. Recentemente mi sono pure rivisto la strabiliante performance di Jimi Hendrix al Miami Pop Festival e alcune meravigliose esibizioni di Peter Gabriel, quando era coi Genesis. Quando si presenta l’occasione mi piace rivivere quei momenti. Ma qui ritorna il discorso che con la musica si viaggia nel tempo, e non necessariamente in quello futuro. Tuttavia, lo ripeto, durante la mia giornata predomina il silenzio.

Il silenzio come ricerca dell’amore per superare le nostre imperfezioni con la musica e, paradossalmente, la parola a fare da luce sul cammino?
I termini sembrano contraddittori ma in realtà è sufficiente pensare che una volta raggiunta la pace del cuore, tutto diventa espressione di quello stato, anche la parola, anche il suono. Ci sono parole che sono molto più silenziose di alcuni silenzi. E ci sono silenzi che sono molto più chiassosi di tante musiche. È una questione di armonia.

Sul tuo sito si vedono immagini di icone davvero molto belle che rendono evidente la grazia, la potenza, la spiritualità che pervade chi le dipinge. Che cosa rappresentano per te questi lavori e, in genere, che cosa ti spinge a dipingerle?
Dipingere un’Icona è un atto liturgico. In questa azione artistica si stabilisce un rapporto, una fruizione con i campi sottili, con le energie spirituali. Una delle più belle definizioni che si usano per definire l’Icona è quella di “preghiera materializzata”. Ecco, per me dipingere un’Icona significa pregare. E pregare è come respirare, una esigenza imprescindibile.

Chiudendo con Laudes, non si può che apprezzare il lavoro pregevole che è stato fatto, la pulizia sonora, l’estrema cura del canto che, nel brano L’impermanenza, tocca vertici di grande suggestione. Dopo un lavoro così ricco di stimoli, possiamo sperare che vi saranno altri lavori a breve…?
Finché il flusso dell’ispirazione creativa continuerà non mi sottrarrò alla sua azione. Vedremo cosa ci riserva il futuro. Per adesso cerchiamo di ottimizzare il presente.

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La composizione dell’intervista e le sue riletture mi hanno portato a riascoltare con ancora più attenzione “Laudes” ed altri lavori dell’artista lombardo e devo dire, con un po’ di timidezza, che sono rimasto, nuovamente, affascinato dalla voce. Una voce che anche ascoltata al telefono, in uno scambio normale di parole, appare come un potente segnale giunto da un altrove a noi sconosciuto e che ci può aiutare a trovare una strada sicura, superando “l’ombra della luce”, per giungere in una dimensione dove sia bandita la paura. Ma qui entriamo in un altro terreno ed è meglio fermarsi, tirare il fiato (o le somme…) e prendere consapevolezza della profondità del mistero della vita. 

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