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Dente

Riparto da me. E dal mio pianoforte

Incontriamo Giuseppe Peveri, in arte Dente, a Milano in giorni complicati (poco prima che i vari decreti bloccassero tutto e tutti a casa), costellati dalla vertigine di fronte a qualcosa di totalmente nuovo, il Covid-19.  È una situazione, che porta un pensare alle volte accelerato e convulso davanti alla nostra quotidianità messa sottosopra, la confusione innanzi a un caos che si deve imparare a padroneggiare. E mentre riascolto l’ultimo album del cantautore fidentino, che segue a tre anni di distanza “Canzoni a metà”, mi rendo conto che in fondo ci parla anche di questo Tempo. Lo spazio che intercorre tra i due album è stato percorso da cambiamenti, dall’emergere di novità nell’ambito della musica italiana e così è anche per Dente, che con questo nuovo album, omonimo, chiude un cerchio per aprire ad un nuovo percorso musicale e forse anche personale.

“Coloro che tentano di raggiungere l’assurdo, otterranno l’impossibile”
(M.C. Escher)

In questi ultimi anni, oltre alla tua classica attività di musicista, abbiamo conosciuto un Dente che racconta la musica attraverso trasmissioni radiofoniche, curando delle rubriche sui giornali o proponendoti in un lungo tour con il poeta torinese Guido Catalano. Modi e situazioni diverse per essere ‘dentro’ la musica.
Assolutamente sì; io nasco come ascoltatore, sono un grandissimo amante della musica e credo che la Musica mi abbia salvato la vita. Prima di tutto, come ascoltatore. Ho iniziato a suonare piuttosto tardi, avevo circa venti anni, ma è da dall’età di tredici, quattordici anni che compro e ascolto musica, questo mi ha portato ad essere quello che sono e al piacere che provo nel raccontarla, condividere i miei ascolti, farli conoscere. Ho avuto anche un periodo di “invasamento” da collezionista, iniziando a raccogliere dischi a 45 giri e vinili.

Qual è il periodo che ti piace di più?
Sono sempre stato affascinato dagli anni ‘60 e ‘70

Come mai?
Forse perché appartiene ai miei ricordi, alle prime canzoni ascoltate in auto con i miei genitori, alle cassette di Mina, Piero Focaccia, Edoardo Vianello…

Parliamo quindi di anni Sessanta, anche se in quel decennio è successo di tutto in campo musicale (e non solo) e un conto è parlare dei primi anni, altra cosa sono gli stravolgimenti musicali arrivati negli ultimi anni di quel decennio. Ma credo tu invece ti riferisca proprio ai primi anni ’60, giusto?
Sì, esatto, con la canzone italiana che cercava e trovava un suo spazio. Riascoltando molti brani di quegli anni ti accorgi che ci sono dei piccoli capolavori, ritengo un po’ sottovalutati, considerati canzonette molto leggere anche se in realtà sono dei veri gioielli. Per esempio tutte le cose di Edoardo Vianello, che era arrangiato da Morricone: Abbronzatissima, Sul cucuzzolo della montagna… brani che passano come molto divertenti ma che, se ascoltati con l'orecchio del musicista, risultano complessi, perché c'era un arrangiatore di tutto rispetto che faceva cose assolutamente pazze e innovative: salgono di un'ottava con cambi di tonalità, usava suoni e rumori mai utilizzati prima e cose del genere. Pensare oggi una canzone pop arrangiata in quel modo sarebbe una follia totale, ma nello stesso tempo - pur senza un orecchio critico - sono canzoni che viaggiano, volano via, le canti durante la giornata.

Anche Claudio Baglioni, qualche tempo fa, durante una sua intervista, ha affermato che pensando agli anni Sessanta e alla canzone italiana, quel tempo è rappresentativo, è parte di un “noi” collettivo. I modelli che arrivavano dall’estero tra i ’60 e ’70 erano sirene ammalianti (viene in mente Celentano con gli States, De André con i francesi, De Gregori con Dylan), ma se vogliamo ricondurre il tutto ad un riferimento di “canzone italiana”, occorre andare ai primi anni Sessanta, mentre un discorso a parte meriterebbe il ‘pianeta’ Battisti.
Concordo! In quel periodo c’era un grande fermento creativo, inventavamo le cose, c’era molta meno esterofilia e anche nel cinema, se ci pensi, fino alla fine degli anni ‘60, abbiamo fatto scuola. La “Scuola italiana” ha insegnato a fare cinema in tutto il Mondo. Ora invece facciamo il contrario; cerchiamo di fare quello che fanno gli altri e inventare qualcosa di nuovo è sempre più difficile

Sappiamo della tua passione per il gioco linguistico, la tua fascinazione per la bellezza della lingua italiana. Prendendo il libretto e leggendo le tracce di "Dente", una di seguito all’altra, magari usando un tono recitativo, sembra emergere a sua volta un testo, un racconto a se stante, una sorta di “ghost track”
Non è voluto, però potrebbe starci!

Ricorda un po’ l’operazione che fece Rockol attraverso il suo direttore Franco Zanetti nel ‘98, quando realizzò un pesce d’aprile ai suoi lettori chiamando in causa Lucio Battisti e l’imminente pubblicazione dell’album “L’asola”. Comunicando poi che bastava togliere l’accento e mettere uno spazio tra le due parole…
(Sorride) Sì, mi ricordo! Seppur tu, nel mio caso, fai riferimento ai titoli e non all'iniziale di ciascun brano, davvero non ci avevo proprio pensato. Anche perché, rispetto al mio pubblico, sono sempre stato piuttosto enigmatico, anche freddo. Ho alcuni fan che, qualsiasi cosa io dica, cercano il significato nascosto: cosa avrà voluto dire con quella parola, con quella frase? In realtà questo è un disco in cui i giochi di parole non ci sono più e tutto è avvenuto in modo abbastanza naturale, forse è espressione di una crescita mia; continuo ad adoperarli nella vita di tutti i giorni, ma nelle canzoni non mi è più venuto di utilizzarli. Può darsi che mi abbiano anche un po’ stancato (sorride). Io li ho sempre impiegati per nascondere dei significati veri, per esempio, Settimana enigmatica andava risolta per capire qual era il vero testo della canzone, li ho utilizzati per dire due cose con una frase sola. I giochi linguistici non sono per me un calembour fine a sé stesso, invece noto che oggi in moltissime canzoni è presente un po’ buttato lì e ce n’è un grande abuso che non determina alcun significato, ha solo un carattere estetico, fonetico. Aggiungo, per quanto mi riguarda, che mi piacciono tantissimo e va benissimo anche l’estetica del gioco di parole.

Hai detto che il tuo nuovo disco è ricco di tante ‘prime volte’, ci racconti cosa intendi?
Sì, è un disco di prime volte contrapposte. C’è la mia faccia in copertina, che prima non c’era mai stata, non c’è un titolo del disco quando invece ho sempre usato titoli con giochi di parole. Non c’è la chitarra acustica e, per la prima volta, non ho suonato alcun strumento mentre precedentemente suonavo tutto quello che potevo suonare. Ma, paradossalmente, ci sono tanto ‘io’, desiderando dargli una fortissima identità, mettendo la faccia in copertina e chiamandolo come me. Queste due cose, messe insieme, mi davano l’idea di un secondo primo disco, come fosse un secondo esordio. Di solito il disco omonimo è sempre il primo, questo è come un mio secondo primo disco.

Parliamo della copertina con questi colori e il taglio in primo piano, lo sguardo indiretto e un fascio di luce che mette in evidenza anche le ombre, come se ci fossero entrambe le parti di te.
Ci sono le luci, le ombre, è vero, ma ci sono anche i colori. Rispecchia tante parti di me: la parte colorata, la parte nera, la parte chiara, c’è il cielo, c’è lo spazio anche … sicuramente rispecchia anche il disco. Tutte le canzoni parlano di un aspetto della mia vita, della mia personalità o dei miei pensieri. Ci sono canzoni che parlano del mio passato così come una parla del mio futuro, delle domande che mi pongo, di come lo vedo e del perché non lo vedo. Ci sono canzoni sulle mie paure e c’è una canzone sulle mie certezze. Ci sono tante parti di me in questo disco, forse meno legate come ho fatto di solito, alle relazioni sentimentali; c’è soltanto una canzone d’amore ma non sono più le canzoni d’amore strappanti di una volta.

Forse perché sei cambiato tu?
Non so, può essere, però di sicuro sono più sereno.

Un’ultima curiosità rispetto alle immagini che usi e non parlo solo di questa nuova copertina. Guardando le fotografie che compaiono sui tuoi canali social si nota una certa passione per Escher. Ci sono almeno due foto in cui c’è un richiamo esplicito; ce n’è una anche con uno specchio innanzi al tuo viso che riflette la tua mano che suona il piano …
Bellissima quella foto! L’ho fatta in casa, mi piace un sacco, è una foto proprio surreale. In realtà è un servizio fotografico fatto per il disco precedente. La foto con la sfera di metallo, invece, è proprio Escher e l’ho fatta senza pensarci. Ho una vera e propria passione per le sfere. Ho fatto alcune foto con la sfera di cristallo e l’immagine di me è ribaltata, con la sfera di metallo che mi rifletteva. Contemporaneamente a quando mi sono preso questa svarionata per le sfere è partita una grandissima mostra su Escher a Milano.

Nelle foto, solitamente, compari con la chitarra, colpisce ora visivamente ma anche durante l’ascolto del disco questo tuo abbandono della chitarra acustica.
È avvenuto per una serie di motivi: primo perché la maggior parte delle canzoni presenti in questo nuovo album le ho scritte al pianoforte, uno strumento cui mi sono approcciato ultimamente e che mi ha permesso di scrivere in modo diverso dal solito, aprendomi un mondo. Inoltre ho voluto fare uno esperimento: togliamo un (mio) pilastro per provare a capire se  in canzoni scritte con la chitarra acustica, una volta tolta, rimaneva tutto in piedi.  Magicamente… Rimaneva tutto in piedi!  Da un lato è stata una presa di posizione.

Spiegaci qual è la differenza tra l’approccio compositivo con la chitarra e quello con il pianoforte.
Una canzone come Adieau è fatta di tre accordi semplicissimi e scrivendola al pianoforte, quando l’ho provata con la chitarra, mi sono detto: è facilissima! Tuttavia, una canzone con i tre accordi base alla chitarra non l’avrei mai scritta; ho voluto proprio fare un cambio, per dare un suono nuovo alla mia Musica togliendo l’elemento fondamentale della musica che ho sempre fatto. E mi è piaciuto quello che è venuto fuori.

Rispetto al passato si avverte il lasciare andare i suoni acustici per affidarti ad un altro tipo di sonorità più contemporanea, con l’utilizzo maggiore di percussioni e del basso.
Oltre a questi strumenti c’è l’uso, in modo anche nascosto, di molti campioni e del loop che mi hanno permesso di ottenere altre sonorità. In fase di produzione ho lavorato in modo davvero molto diverso dal solito, anche lasciando che altri potessero arrangiare ciò che io avevo scritto. È un disco che fa della collaborazione un suo fondamento.

Il racconto di questo album ha il profumo di Guareschi in ‘Le cose dell’altro mondo’, quanto è il fascino per ciò che ci appare lontano e distante e quanta la meraviglia?
Sicuramente lo spirito di Guareschi l’ho annusato, perché vengo proprio da lì. Nella canzone ci sono entrambi gli aspetti. Parlo della provincia e del periodo in cui mi sono trasferito a Milano, di quando poi tornavo in provincia. Vedevo Milano da provinciale e, quando tornavo, vedevo la provincia con un piede messo in città. È stato un periodo abbastanza strano; ciò che mi faceva sorridere era la gente che mi chiedeva di Milano come fosse qualcosa di esotico e (sorride) io rispondevo: prendi il treno e vieni a vedere com’è! C’è un’idea nella provincia, per cui le persone che ci vivono non si rendono conto che, al di fuori di essa, è tutto molto normale. Amo Milano e le città, e più sono grandi e meglio sto. Anche se, alla fine, l’Italia sembra tutta una grande provincia.

Hai affermato che Eugenio Finardi, Lucio Battisti, Luciano De Crescenzo sono un po’ i tuoi punti cardinali; artisti diversi per linguaggio, come entrano dentro al tuo ‘mondo’?
Entrano per la loro passione in comune per la musica e, soprattutto, per la loro curiosità. In questo mi sento vicino, perché anch’io sono una persona molto curiosa, mi piacerebbe sapere tantissime cose, essere uno studioso. Leggo molto e spesso cose che non c’entrano alcunché con la musica. Ora, ad esempio, sto leggendo un libro sull’evoluzione dell’uomo; quello che assorbo attraverso questo mio spirito curioso, alla fine, ha a che vedere con quello che esprimo. Credo che la curiosità sia un motore da tenere sempre acceso, a qualsiasi età e in qualunque momento della propria vita, perché è qualcosa che ci mantiene decisamente vivi. Quindi tutte le cose mi piacciono, le ho assorbite, mi hanno aiutato e mi hanno fatto del bene, come uomo e come artista.

E fanno stare anche le cose insieme, poiché come tu scrivi ad esempio intorno al tempo delle cose, delle esperienze e del vivere che può essere accelerato o estremamente lento, dimensioni del tempo e dello spazio che possono essere giustapposte, in contrasto o possono compenetrarsi.
Queste diverse dimensioni del tempo sono tutte nella nostra testa. Una consapevolezza che nasce dalle esperienze banalissime di tutti i giorni, esempio: stai aspettando l’autobus, sei di corsa, e cinque minuti ti sembrano un’ora oppure io sono seduto qui da questa mattina alle dieci e mi sembra di essere qui da mezzora, invece sono passate sette ore. Il tempo è tutto dentro la nostra testa, l’importante è viverlo con la tranquillità, con una giusta serenità, senza farsi schiacciare...  anche se io per primo, spesso, non ce la faccio (sorride).

 

 

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