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Alessandro Sipolo

Un altro equilibrio

Quando sposti il punto di vista o addirittura lo ruoti di 180° rispetto all’orizzonte, si aprono nuove prospettive e una visione più ampia, libera da stereotipi. Non è un caso che l’Astrattismo, in pittura, si dice sia nato quando Kandinskij ebbe modo di osservare un proprio quadro, che ritraeva un paesaggio, capovolto. La forza espressiva di una realtà “sottosopra” spesso è più evidente e determinante di una visione della stessa nel modo in cui siamo soliti osservarla.

Ecco, mettersi a testa in giù significa trasformare il proprio punto di vista per guardare il mondo (anche) al contrario. Significa, se si è cantautori, concepire e dar vita a un lavoro libero da preconcetti e osare canzoni a tutto tondo, con i piedi che passeggiano tra le nuvole e la testa più vicina ai suoni della terra: “e io che ho amato sempre i suoi contrari/ applaudo quei due piedi contro il cielo/ e piego un po’ la testa per vedere/ il segno capovolto di un sorriso” (Dal brano dedicato al padre, una ballata intensa che dà il titolo all’album). Ed è appunto una vecchia foto del padre del cantautore da giovane, vestito “da domenica” ma in equilibrio sulle mani, ad essere spunto (e bellissima copertina) per il terzo album del bresciano Alessandro Sipolo, Un altro equilibrio.

Una rivoluzione nel quotidiano, grande o piccola che sia, che vale comunque la pena vivere e raccontare. È questo lo spirito di fondo che lega tutti i dieci brani del disco: fin dal primo, M’innamora il mondo, in cui un rapporto d’amore un po’ logoro si apre verso l’esterno in un grido quasi liberatorio e una riscoperta attrazione verso ciò che lo circonda. Un’interpretazione intensa e quasi teatrale quella di Sipolo, in questo come in altri brani dell’album, che richiama quasi il teatro-canzone di tradizione milanese e che da subito cattura, prende per mano e accompagna. Allora accade che, appena messi in ascolto, ci si scopra pronti a partire per questo viaggio alla ricerca di un sé visto da un’altra angolatura, guidati dalla voce calda, piena e appena “fumosa” di Alessandro, che quasi si arrotonda intorno alle parole. Partire verso mete reali o solo sognate, cambiando il passo ad ogni brano, adeguando i battiti del cuore al ritmo della musica (e viceversa) o alla linea del paesaggio, alle tradizioni locali o ad echi letterari che balzano e rimbalzano alla mente.

“Eccola la strada bianca/ che ti chiama per tenerti vivo/ come chiama quel che ho dentro/ e che non so”
canta Sipolo cercando di raccontare ciò che non si può certo spiegare a parole, e cioè quello che si prova ad attraversare l’Alaska a piedi in Ventotto giorni e quattro ore appunto, il brano dedicato a Marco Berni, il runner bresciano che ha portato a termine tale impresa. C’è molta “letteratura”, dicevamo in quest’album, e c’è anche il richiamo alla miglior tradizione cantautorale italiana, che dalla letteratura ha spesso tratto ispirazione. Da Calvino a Camus, passando per la metafora del viaggio come vita cara a De Gregori e la “moderna classicità” di Vecchioni, ogni brano è un foglio da voltare, un segno sulla carta geografica, un passo avanti nell’esistenza umana.

All’orizzonte ci appaiono infatti Le città invisibili, uno degli episodi migliori dell’album, come attraverso le nebbie di pagine lette in gioventù che si sono fissate per immagini in fondo alla mente e che ora si sposano al destino di vite altrettanto “invisibili”, emarginate e sfuggenti nel presente. Ci sono inquietudini e disagi che emergono con ritmi incalzanti, giochi di parole e metafore (Lo sciamano bianco), storie di immigrazione e situazioni di viaggio “scomode” (La deriva) che alludono nemmeno poi tanto velatamente alla situazione politica americana attuale, su una musica altamente evocativa con la splendida presenza della tromba di Paolo Malacarne dal “sapore” messicano. In questo brano, testo e interpretazione richiamano a tratti il De André de L’Indiano o forse, più ancora, il modo di cantare a volte quasi rabbioso e non certo rassegnato di un altro De André, Cristiano. Sono momenti, echi che passano, e poi si riparte subito per un altro viaggio cullati dal ritmo più sensuale e dolce di un arpeggio di chitarra a cui si accosta poco dopo il suono languido del violoncello di Daniela Savoldi in uno dei brani più intensi del disco, per noi uno dei migliori: Mostar. Quasi un sogno a occhi aperti accompagna serenamente il “salto dal ponte” – il famoso ponte che univa le due parti della città e che fu distrutto dai bombardamenti nel conflitto in Bosnia nel ‘93 – in questo un bellissimo brano d’amore, di quell’amore che salva, sempre e comunque.

L’album si chiude con un’altra dichiarazione d’amore, ancora (come nel primo brano che abbiamo ascoltato di questo disco) verso il mondo. Il mito di Sisifo è il pretesto per scoprire quanto sia bello e rassicurante il nostro percorso umano se amiamo quel poco che abbiamo, sia questo anche un fardello, e se il motore del viaggio è comunque l’amore; che sia per il mondo, per una donna, per la vita o per se stessi nel mondo.

“Ma è tutto ciò che resta, è tutto ciò che abbiamo/ se non basta il senso del viaggio ci basti il panorama/ che sia la fronte appoggiata nel cavo del tuo seno/ o sulla pietra che spingo e che non amo di meno” è un’immagine (accompagnata dalla fisarmonica di Fausto Beccalossi) di straordinaria e delicata bellezza, così rara e preziosa perché spesso nascosta, se guardata dalla solita prospettiva.

  

 

Recensione Valeria Bissacco
Foto dal sito di Alessandro Sipolo

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Alessandro Sipolo e Alberto Venturini
  • Anno: 2019
  • Durata: 38:00
  • Etichetta: laPOP/ Freecom

Elenco delle tracce

01. M’innamora il mondo
02. Dong Van
03. Ventotto giorni quattro ore
04. Le città invisibili
05. Lo sciamano bianco
06. Un altro equilibrio
07. La deriva
08. Mostar
09. Tirailleurs
10.  Sisifo

Brani migliori

  1. Le città invisibili
  2. Un altro equilibrio
  3. Mostar

Musicisti

Alessandro Sipolo, voce e chitarra acustica - Max Gabanizza, basso - Alberto Venturini, batteria e percussioni - Giulio Corini, contrabbasso - Omar Ghazouli, chitarra elettrica – Enrico - Mantovani, pedal steel guitar - Paolo Malacarne, tromba - Daniela Savoldi, violoncello