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Auditorium Parco della Musica (Sala Petrassi), Roma

Premio De André

Come consuetudine da alcuni anni ormai è l'Auditorium Parco della Musica di Roma ad accogliere la finale del Premio De André. Lo scorso 16 gennaio sul palco è stato Carlo Massarini a fare il padrone di casa, sempre con eleganza, ironia e competenza indiscussa. Dori Ghezzi in prima fila, Luisa Melis alla direzione artistica e una nutrita giuria di giornalisti, critici e operatori culturali, tra i quali Massimo Bonelli di Icompany, organizzatore del Premio.

A vincere la Sezione Musica (il Premio conta anche una sezione Poesia e una Pittura) è stata Lamine con il brano Non è tardi, voce distintiva, ottima presenza scenica e un brano d'amore lontano da qualunque banalità.

Nello scorrere dei tredici artisti arrivati in finale è il mondo femminile a spiccare per intensità, da Alice Clarini (vincitrice del Premio assegnato dai lettori di Repubblica) e la sua Qui non c'è il mare, brano nel solco della canzone d'autore più classica, con l'artista romana che nell'interpretazione sembra aver inglobato in sé la Paola Turci migliore; a Micaela Tempesta, e la sua Napoli con i vicoli, i palloni, i proiettili, gli spiccioli, la terra che brucia, con voce loop e sequenze; a Giulia Ventisette, una cantautrice che sa narrare, raccontare storie, con il brano Mio fratello, sola voce e chitarre acustica ed elettrica.

Incrociati poi di nuovo con piacere sul palco anche Massimo Stona (finalista dell'ultima edizione del nostro concorso L'Artista che non c'era), con quel gioiello per melodia e testo che è Santa pazienza e Franz, capace di proporre sempre qualcosa che va oltre i soliti schemi, ottimi i suoi arrangiamenti e le sue orchestrazioni, anche se il brano proposto quest'anno risulta forse più debole di Settembre, con cui raggiunse la finale nella scorsa edizione. Piacevole scoperta invece i Capo di buona speranza con Questa idea di libertà, intro voce e pianoforte, e quando entrano batteria e chitarra elettrica il brano esplode potente, ottima la costruzione ritmica.

La serata è stata poi impreziosita dalla consegna di due Targhe, la Targa Faber a Niccolò Fabi e Quelli che cantano Fabrizio agli Ex-Otago per la loro versione di Amore che vieni, amore che vai. Fabi, prima di sedersi al piano per un'intensa esecuzione di Scotta, brano contenuto nel suo ultimo album Tradizione e Tradimento, ha risposto ad alcune domande di Massarini. Con la consueta e ormai riconosciutagli saggezza che sembra aver acquisito negli ultimi anni di carriera, e di vita, ci ha tenuto a sottolineare la libertà compositiva con la quale affronta il suo mestiere oggi, senza più nessun interesse verso le aspettative altrui, che sia il pubblico, o familiari e amici più vicini; e come le canzoni continuino però sempre ad essere frutto di “trambusto” e tormento, nulla gli viene facile ma - ha aggiunto - va bene così, fosse diverso il processo di creazione non suonerebbero altrimenti alle orecchie di tutti come così “vive” e sentite.

E il tuo primo ricordo di Faber?Gli ha chiesto Carlo. «Mia mamma ascoltava solamente Battisti, invece sua sorella Isabella, mia zia, ascoltava solo De André. A casa sua aveva una chitarra e la sola cosa che riuscivo a fare per la semplicità degli accordi era La canzone di Marinella. Quando sono diventato più grande e quindi cosciente, oltre al valore artistico che indiscutibilmente riconoscevo a Fabrizio ho sempre sentito che incarnasse anche un forte valore simbolico per noi che scrivevamo canzoni, come se quello che lui faceva potesse far avere al nostro mestiere una dignità diversa, come se le canzoni da arte povera quale erano potessero avere anche una dignità poetica; perché è vero, quello che facciamo forse è solo un gioco...ma un gioco serio».

Foto Danilo D'Auria 

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In dettaglio

  • Data: 2020-01-16
  • Luogo: Auditorium Parco della Musica (Sala Petrassi), Roma
  • Artista: Premio De André

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