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Nuovo singolo de La Scelta, un ...

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Mauro Ermanno Giovanardi

L'artista ci racconta "il suo stile" (16 Maggio 2015)

“Mannaggia, proprio oggi che c’è il tappone di montagna!”, esordisce scherzando Mauro Ermanno Giovanardi, per tutti Joe. Una vita nella musica, attraversando decenni, stili, esperienze, lingue. Un artista da abbracciare quando lo vedi. A lungo. Gli prometto che sarò breve, in dieci minuti ce la caviamo. Non c’è problema, dice Joe con la sua magnifica voce, che resta tale anche al telefono. Si prepara una milanesissima  paglia (cfr. “America” di Lauzi-Simon) e possiamo partire.

Ciao Joe, e innanzitutto complimenti per Il Mio Stile, il tuo nuovo lavoro: sono cose come queste che ci allagano l'anima. Senti, cominciamo dalla copertina: è la prima volta che in un tuo album, sia come solista, sia con i La Crus, sia ancora prima con i Sir Chime and the Lovers e poi i Carnivals of Fools, è la prima volta, dicevo, che appare una donna. In questo sei poco Roxy Music, lo devi ammettere. E' un caso che in 30 anni di carriera solo oggi ciò accada?
E' un caso, ma neanche tanto. Mi sembra innanzitutto una cosa da vero gentleman il fatto che non abbia mai usato una figura femminile in copertina di un mio disco, e quando decido di farlo, lo faccia con la mia compagna, no? (sorride). L'idea iniziale era quella di avere un immaginario e uno styling Gainsbourg-Birkin, e stavamo valutando una serie di modelle, ma Silva Rotelli, la fotografa, mi disse: “Guarda che secondo me Ilaria è perfetta per quello che stiamo cercando, e le foto avrebbero una naturalezza che con altre non riusciremmo ad ottenere” . Paola Farinetti, la mia manager, mi disse la stessa cosa. L'abbiamo accennato a lei, e sulle prime ci chiese se eravamo pazzi. Un mese e mezzo a convincerla. Però l'idea si è rivelata vincente. E quella scelta, tra i vari scatti, ha una ragion d'essere: è la più fascinosa, nonostante fosse necessario, per l'intero lavoro d'immagine, che venisse fuori ciò che avevo richiesto: “sia la parte romantica, che quella più torbida”.

Penso infatti a brani come Se c’è un Dio che è uno dei pezzi più sensuali che ho ascoltato negli ultimi anni, con quelle sottili ma esplicite ambiguità semantiche del testo (“Sono un uomo eretto/ mi perdo nel tuo letto (…)/ Amo il tuo difetto/ le dita sul grilletto”). E’ un gospel erotico in cui anche Dio si piega e si inchina alla bellezza della donna: pensi che Radio Maria lo trasmetterà?
Ma no, ma pensa che in qualche radio non ci hanno trasmesso il singolo Quando Suono, perché c'è il termine“puttana” e mi han detto che l'avrebbero passato solo con una“Clean Version”che logicamente non ho fatto, per cui non credo proprio che Radio Maria possa passarla! (ride di gusto)

Ma come è nata?
Ma guarda, nasce come un divertissement, fatto con un amico, Maurizio Baruffaldi, con l'idea di fare un gioco di parole molto ironico, colto, e zeppo di doppi sensi dall'inizio alla fine. Una sfida per me importante, visto il mio passato di liriche considerate sempre molto “serie”. In questo album mi sembrava ci fosse la possibilità di azzardare qualcosa di questo tipo. Una preghiera erotica/eretica.

Senti, a me l’album è piaciuto molto, anzi a ogni nuovo ascolto mi sta rivelando qualcosa di sé, ma sulle prime il disco sembra incanalarsi più o meno sul solco già delineato dal tuo album precedente: è solo una mia impressione, o è l’esigenza di ribadire di una volta di più, appunto, il tuo stile?
Questo disco volevo fosse un up grade dell'album precedente, che era pensato come un mio personale viaggio nella seconda metà degli anni '60. E' stato fatto un lavoro pazzesco per tirarne fuori la sua essenza senza mai cadere e scadere nel revivalismo (che per me non è arte) per arrivare ad un lavoro che avesse quei colori, quelle sfumature, ma fosse ben piantato nel III millennio. Questa era l'idea. Imparata quella lezione ho voluto che ci approcciassimo ai pezzi nuovi con questa naturalezza già acquisita, per far entrare poi gradualmente altre novità sonore; sono stati tolti gli archi e optato per una sezione di fiati più corposa che in passato, e usato per la prima volta un quartetto vocale a cui abbiamo in alcuni casi affidato delle parti più classiche da 4 + 4 di Nora Orlandi, e in altri, le linee che avremmo fatto fare ai primi e secondi violini. E il suono è risultato molto particolare. Anche se suonare con un'orchesta di 30 elementi è una sensazione fichissima, perché ti sembra d'essere un piccolo Frank Sinatra della Brianza, il risultato sonoro è molto preciso. Ci piaceva a ‘sto giro, cercare qualcosa di diverso, trovare un suono ancor più naturale, fresco, che fosse inedito per me. E l'esperienza di lavorare con un quartetto vocale così, è stata pazzesca; alcuni di loro mi hanno davvero davvero impressionato. 

Nell’album c'è, come già suggerisce il titolo del disco stesso, un omaggio a Leo Ferrè, tra l'altro molto bello, che tematicamente si inserisce in maniera molto limpida, ma è una canzone già proposta recentemente da altri, penso ai Tetes de bois con la voce di Francesco di Giacomo. Ne deduco che sei un uomo che ama le sfide!
Ma certo che sì! E mi sono giocato pure l'asso di bastoni! (ride). Però aspetta: non mi ricordo quando è uscito il disco dei Tetes de bois (2002, NDR), ma considera che “Il Tuo Stile” era nella nidiata di pezzi che avevo preso in considerazione per realizzare“Crocevia”, nel 2000. Progetto pensato come un viaggio nella musica italiana partendo da Bruno Martino fino ad arrivare agli Afterhours, recuperando autori o canzoni, che sono stati importanti per quello che hanno scritto, o che a loro modo hanno rappresentato un'epoca: Gaber, Tenco, De Andrè, Conte, ma anche il primo Alan Sorrenti con “Vorrei incontrarti”, e“Ricordare” firmato da Tornatore e Morricone, che pensavo rappresentasse bene la musica italiana colta nel mondo. Per un'idea di questo tipo avevo preso in considerazione tanti brani ovviamente, e qualcosa era rimasto fuori. E tra questi, Il Tuo Stile”. Cercai poi di farne una versione qualche anno dopo, ma non mi convinceva. Ho dovuto aspettare che fosse davvero a fuoco, che mi sentissi pronto io, perché un pezzo così se lo sottovaluti, poi ci fai una figura barbina.

D’altra parte, pensavo, già a metà anni ’90 tu con i La Crus con la cover de “Il vino” hai contribuito non poco a rilanciare presso un nuovo pubblico il nome di Piero Ciampi, che all'epoca era davvero un nome conosciuto da pochissimi.
Grazie per il gancio, davvero, perché è una cosa di cui sono molto orgoglioso. Devi sapere che nei primi tre, quattro tour dei La Crus centinaia di ragazzi, giovanissimi, dopo i concerti venivano a farsi firmare i cd o le cassette dicendomi: “Ti ringrazio perché dopo aver sentito la vostra versione de “Il Vino” mi sono andato a comprare i dischi originali di Ciampi”. In quegli anni facevamo Festival con migliaia di persone che cantavano in coro questo pezzo, era diventato un inno.  Nessuno di quella generazione lo conosceva prima, nessuno prima di noi aveva fatto un lavoro così preciso di recupero. In qualche modo, ho sempre portato avanti, a differenza di molti miei colleghi, questa duplice anima di autore e di interprete che va a riscoprire canzoni, perle dimenticate nel tempo. Mi intriga moltissimo. Un esempio che mi ha emozionato tantissimo da raccontarti: nell'ultimo concerto dei La Crus, al teatro Arcimboldi di Milano, c'erano un po’ di amici/ospiti tra cui Manuel Agnelli, Cristiano Godano, Cristina Donà, Rachele Bastreghi, Nada, e l'ultimo pezzo del nostro ultimo concerto è stato proprio “Il Vino”. Sul finale, quando parte il ritornello, con tutto il teatro che lo cantava insieme a noi, Nada mi è venuta vicino e mi ha detto, quasi con la mano all'orecchio: “Hai fatto una cosa bellissima: Piero non le ha mai avute 3000 persone che cantano insieme una sua canzone!”

Beh, poi detto da Nada, che con Ciampi collaborò spalla a spalla per un suo album, è una gran cosa!
Sì, forse Ciampi le ha rovinato la vita, più che altro! (ride). Logicamente in senso buono. Fino al '75 Nada aveva fatto grandi successi, con pezzi più pop. Anche belli, eh, perchè la prima volta che sentii il lato B de “Il cuore è un zingaro” che è “Insieme mai”, poi ripreso in “Crocevia”, mi dissi: “Cazzo sembra un pezzo dei Portishead!”, e non scherzo. Per cui aveva fatto sì cose belle, ma abbastanza leggere direi. Poi ha incontrato Piero, e le è cambiata la vita. Nel bene e nel male. Credo nel bene. Quel disco lì, “Ho scoperto che esisto anch'io”, è bellissimissimo. 


Prima di lasciarti, mi chiedevo: come ricordi ora i tuoi inizi, l’epoca dei Carnivals of fools? Oggi, conoscendo la tua cifra artistica, sembra incredibile pensare che c'era un tempo in cui cantavi esclusivamente in inglese. Al di là di questo, c’è un filo rosso che lega quelle prime esperienze giovanili a quello che fai oggi?
Il filo rosso è la signora Angela... Davvero, io l’ho raccontato spesso, ma è la verità. Era verso la fine degli anni ’80. Considera che il mio percorso musicale nasce con la rivoluzione del punk, per cui se eri affascinato da Johnny Rotten quando diceva di fare tabula rasa dei dinosauri della musica, Zeppelin, Stones, Genesis, tornavi in Italia e non potevi che fare piazza pulita dei vari Vecchioni, dei De Gregori, per non dire del resto, della musica sanremese cantata in playback di quegli anni. Per cui i miei anni '80 sono stati prettamente anglofoni negli ascolti. Che erano partiti dai Pistols e dai  Clash, passando per la new wave, e le varie mutuazioni che ha avuto, per arrivare a cavallo dei '90 dove Nick Cave era la cosa che sentivo più vicina insieme a Leonard Cohen e Tom Waits. Ecco, in tutto questo arriva la madre della mia fidanzata dell’epoca che un giorno mi fa: “Joe, tu dovresti ascoltare Luigi Tenco, perché ha un modo triste di cantare come il tuo!”. Mi fece sentire “Angela”, e per me fu davvero un colpo di fulmine: se leggi il testo di“Angela” e un testo di Nick Cave, beh, racconta l’amore esattamente allo stesso modo. Devastante. Per me è stata una folgorazione. Sai quando ti dici: Azz ma allora si può fare!!

Vedi a volte come queste ex future suocere possano cambiarti la vita!
Magari si era innamorata di Tenco proprio perché la canzone portava il suo nome..

E' comunque un pezzo all'epoca considerato minore, nella produzione di Tenco.
Sì. È vero. E Tenco ne fece due versioni. Una in ¾ un po' più banalotta, e l'altra con un andamento più largo, bellissima. E quando l'ho sentita, come ti dicevo prima, ho pensato: “Ma che roba eh?!”. Poi venne fuori la versione dei La Crus: sotto il mio cantato, girano campionamenti da Einstürzende Neubauten, Young Gods, Foetus, Steroid Maximus e Cop Shoot Cop. Musica industriale e canzone d'autore. E quella versione per noi fu un vero spartiacque. I La Crus non erano nient'altro che un tentativo di far convivere due mondi che sulla carta erano distantissimi: il nostro background che dal post punk arrivava ai Massive Attack con l'uso dei campionatori, e il recupero di quello che per noi l'Italia aveva prodotto di meglio. La canzone d'autore appunto, e tutto il suo immaginario letterario.

Te lo confermo, da ascoltatore: siete stati deflagranti in quella stagione.
Si trattava di prendere la metodologia dell'hip hop e di cantarci sopra, invece che rapparci. Io nei primi tre dischi dei La Crus sono impazzito; trovare le melodie su canzoni fatte di tre accordi, perché per fare girare i campioni non puoi avere sviluppi armonici complessi, è stata un'impresa. Faticosissimo. Ma anche un'esperienza totalizzante: ogni pezzo che chiudevamo, avevamo imparato qualcosa in più. Nessuno faceva quelle cose lì, eravamo nel ‘91/’92... Poi sono arrivati altri, tipo i Tiromancino, che  hanno utilizzato quel nostro lavoro iniziale. Per tornare a quanto dicevamo prima: ora Ciampi è sulla bocca di tutti, ogni pseudo-cantautore lo prende a esempio, ma nel '93 non lo conosceva proprio nessuno. E la questione non era solo andare a recuperare alcuni brani, e coverizzarli, ma soprattutto riprendere quel tipo di scrittura là. Nella prima metà degli anni '70 c'era stata una frattura: gli artisti che lavoravano sulla parola non han curato più molto l'aspetto musicale, mentre quelli che lavoravano sulla musica, per esempio tutti i gruppi prog, usavano la voce come uno strumento, mettendo in secondo piano l'aspetto letterario. Idealmente coi La Crus, abbiamo cercato nel nostro piccolo di ricucire questo strappo.

I dieci minuti dichiarati all’inizio sono diventati come niente più di mezz’ora. Mai fidarsi dei giornalisti. Però: che piacevolezza discorrere con Joe di musica, e vita, e storie. Ci salutiamo, e poi entrambi ci dedichiamo agli ultimi 12 Km del tappone. Vincerà lo spagnolo Benat Intxausti, che è partito da lontano e, senza particolari strappi, è arrivato in vetta. Come Joe.

(Foto di Silvia Rotelli)

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