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Canzoni&Parole - Festival di musica italiana ...

  di Annalisa Belluco  ‘Canzoni & Parole’ il festival della canzone d’autore italiana organizzato dall’Associazione Musica Italiana Paris che ha esordito nel 2022 è pronto a riaccendere le luci della terza ...

Paolo Jannacci

Ecco tutto qui

Quattro chiacchiere su Enzo, a dieci anni dalla sua scomparsa.
Ha fatto tappa a Castellana Grotte (Ba), all’interno della
terza edizione di ‘Tieni il Tempo’, manifestazione organizzata dall'associazione culturale ETRA ETS, Ecco tutto qui, lo spettacolo che Paolo Jannacci e il giornalista Enzo Gentile stanno portando in giro, a seguito dell’uscita di un lavoro importante (libro omonimo) e di un anniversario. Dieci anni senza Enzo Jannacci sembrano forse il doppio del tempo, se non il triplo e la sua mancanza brucia come una ferita ancora aperta sulla pelle di ciascuno di noi. Necessario, dunque, un volume che fermasse tutti i punti di sutura slentati sui nostri cuori da allora ammalati; necessario un viaggio fatto di canzoni cantate da chi sa, da chi può (e deve) e che accompagnasse i racconti. Il 24 agosto, entrambi hanno narrato e cantato l’Enzo, di fronte ad un pubblico appassionato. Abbiamo sentito Paolo Jannacci, per l’occasione, in uno dei giorni più caldi della storia dell’umanità, mentre sulle nostre teste passavano una serie di aeroplani, "come lacrime come fiori profumati cui tocca d'inchinarsi a qualsiasi alito di vento".

 

Un libro scritto e voluto da Enzo Gentile (un altro Enzo, che coincidenza strana) per ricordare un anniversario importante, cioè i 10 anni della scomparsa di Enzo Jannacci.  Era un venerdì santo, chi se lo scorda, e solo lui poteva fare uno “scherzo” del genere. Ti chiedo come è nata questa partecipazione al libro e se per te è stata una cosa facile. Non credo sia sempre semplicissimo affrontare questa valanga di ricordi…
Hoepli, tramite Enzo Gentile, ci ha contattati perché voleva fare una cosa con me per ricordare il momento in cui era mancato papà, per l’anniversario dei 10 anni e io ho subito risposto di no, perché avevo già fatto un libro su di lui e poi non me la sentivo. Insomma dopo un po’, in maniera così amicale, divertita, mi hanno convinto, soprattutto perché c’era Enzo di mezzo e conosco il valore e la professionalità che ha. Con Enzo ci siamo fatti uno schema di quello che potevamo fare e potevamo dire. E così abbiamo cominciato e abbiamo sviscerato tutto ciò che poteva essere interessante e sconosciuto e abbiamo cercato di mettere un po’ di ordine perché ci sono tante cose, tanti libri, tanti spunti in giro, però un libro che facesse anche ordine a livello cronografico, temporale, non c’era. In più, la cosa molto bella è che, insieme all’analisi temporale e a quello che papà ha fatto, ci sono tutte le disamine, tutte le critiche ai suoi brani. 33 album. 33 x 10 o 33 x 15, insomma, il 90% dei brani sono stati analizzati. E questo secondo me è un bel manuale, ragionato, emozionato; ragionato ma emozionale.

Beh, direi di sì, proprio un’opera omnia…
No, omnia no, sai perché? Perché del papà rimane sempre qualcosa di enigmatico, sempre…qualcosa fuori dal radar e la cosa bella, divertente, è questa.

Quando si ama tanto un artista, come io amo e ho amato Enzo Jannacci, è sempre strano poi doversi rapportare con l’interfaccia meravigliosa che è suo figlio, nonché suo collaboratore nella parte finale della vita. E costruire domande giuste. Quindi, vado senza paracadute: come è stato lavorare con lui? Credo che voi aveste due caratteri completamente differenti, insomma, lui era debordante anche dal punto di vista caratteriale, e tu a me sembri molto più disciplinato, più tranquillo, più tecnico musicalmente. Sei musicista… e quindi queste due complementari facce della luna sono bellissime da immaginare però mi piace che me le racconti tu.
Allora, giustissima domanda. Quando ho capito la genialità del papà, ho fatto un passo indietro, anche se la musica stava diventando parte della mia vita e poi lo è diventata. Ho pensato di poter essere più un musicista, un traduttore, dividendoci anche i compiti. Io lavoravo in studio, mettevo a posto i suoi pensieri, a volte in maniera esageratamente ordinata ed è una cosa che non farei più, perché limiti poi la genialità di un artista. Me ne sono accorto dopo e purtroppo l’ho fatto. Tutto questo è successo in un periodo in cui abbiamo cominciato ad avere dei contrasti, tipici contrasti padre/figlio. E in questo frangente diciamo che ci siamo stabilizzati su queste idee, su questo modo di fare. Dopodiché abbiamo capito l’errore dell’altro e l’abbiamo accettato e lì siamo diventati anche amici e allora è subentrato oltre che il rapporto umano, carnale, padre/figlio, anche il rapporto intellettuale, oppure non solo il rapporto intellettuale ma anche uno padre/figlio più sano. Perché ci saremmo buttati nel fuoco l’uno per l’altro. E quindi le cose lì si sono modificate e abbiamo lavorato insieme gli ultimi 15 anni in maniera splendida.

 

Credo che chiunque gli fosse accanto riusciva ad essere attratto magneticamente dalla sua personalità incontenibile, dagli occ de bun e da questa favella un po’ ingarbugliata. Dei vari racconti, mi viene in mente un aneddoto legato a Nanni Ricordi, che gli fece un provino per Il cane coi capelli e disse: «se non sono pazzi, non li vogliamo». Ma questa sua “follia” è stata proprio l’espressione di una tenerezza infinita, perché Enzo Jannacci aveva il cuore urgente come il suo Giovanni telegrafista. La domanda è: ma lo ha protetto questo cuore? O lo ha regalato così com’era a tutti noi?
No, no, lo ha protetto e gli ha fatto trovare in tutti i suoi errori sempre il metro di misura giusto. Il metro di valore, che l’ha mantenuto comunque umile, nonostante i suoi errori, i suoi peccati. Umile e fermo per quanto riguardasse il suo modo di scrivere, il suo modo di vedere gli altri e chi lo circondava.

Questo è abbastanza chiaro dai suoi scritti e dalle sue canzoni, perché poi fondamentalmente, anche nel mestiere di medico, nonostante sia duro, crudele, per il fatto di dover dire determinate cose agli altri, si vedeva proprio che lui si metteva dall’altra parte, quella della salvezza del paziente esattamente come della salvezza dei suoi personaggi, che ha cercato sempre di riscattare un po’. Lui era un outsider ed era evidente che sentisse tantissimo; tanto sentiva che tutte le parole non riusciva a metterle in fila, a incanalarle in un pensiero ma in mille pensieri che gli venivano fuori a fiotti scomposti. Quindi, col suo cuore ha sofferto o è stato comunque contento di essere così come era? perché era e rimane un personaggio meraviglioso, ma scomodo.
Ma guarda, diciamo che lui è riuscito comunque ad essere fedele ai suoi pensieri e a soffrire ma comunque a sopravvivere delle varie vicissitudini e quindi secondo me questo cuore urgente l’ha aiutato a incanalare la sensibilità per il modo di vedere gli altri, sé stesso, me, mia mamma; è chiaro che se si è più sensibili, si è più scoperti però è anche quello che poi alla fine piace a te, piace a chi lo ascolta.

Che spazio avrebbe oggi Enzo Jannacci? (questa è difficile…) E i suoi personaggi potrebbero sopravvivere con quella profondità, quello spessore, quella narrazione così legata indelebilmente alla sua sensibilità e/o a quel periodo storico. Si potrebbero ancora raccontare Armando, Vincenzina, Silvano…?
Sai che non lo so? Forse no. Allora, ti rispondo così: o tutto o niente. O sarebbe un artista che detta legge e che è in alta rotazione alla radio, oppure dimenticato. Oppure in un cassetto polveroso.

E però i tempi erano anche altri, forse favorivano un po’ di più l’ascolto in senso lato …
In realtà non lo so perché poi non è che lo abbiano ascoltato poi in così tanti, se ci pensi. Cioè tu fai parte di un insieme di persone che comunque amano ascoltare determinate cose, per cui la parola è importante, ha un significato, diventa poi significante, diventa poi significato e quindi anche in epoca come dici tu dove c’era un poco più di ascolto, non era così detto. Poi è chiaro, magari è lo specchio anche estetico di quello che era un disco, magari non lo avevamo centrato, però non è che avevamo sempre dei risultati così eccelsi, anzi. E quindi oggi potrebbe essere meglio e infatti adesso c’è molta attenzione sul papà e su quello che ha fatto e su quello che sta uscendo, sui brani che magari sono meno conosciuti, da riscoprire.

Lui si definiva fantasista, aveva tutte queste sfaccettature del carattere che, appunto, lo facevano sembrare una persona molto allegra, ma aveva dei tratti di una malinconia grande. Le pause nelle canzoni di Jannacci sono quelle che ti fanno scoppiare il cuore quando le ascolti. La pausa di 0-0 anche ieri sto Milan qua in Vincenzina e la fabbrica è un momento in cui si muore, o tra bianca e rossa e che pareva un tricolore in El purtav i scarp del tennis: sono momenti scenografici e raccontano i personaggi, cosa che, per esempio, oggi le canzoni, e a me dispiace molto, hanno perso. Per noi Vincenzina, Futura, Marinella, son tutti personaggi indelebili, perché raccontavano delle storie in cui noi ci rivediamo. E la potenza espressiva di Jannacci era proprio legata a quello. Però, appunto, ad un occhio attento, la malinconia veniva fuori. E fa strano una sua dichiarazione, in cui diceva: «avrei voluto essere Socrate, uno che rompeva le scatole a tutti, andava a chiedere, faceva domande, voleva capire. Io sono sempre stato timido, avevo pudore di andare in giro e di chiedere anche l’ora». Questo non sembrerebbe proprio, insomma.
Eh, papà era molto timido, si sentiva timido, aveva il complesso del povero, infatti si rifugiava in questo. Molti dicevano che era matto e lui rispondeva: «non ero matto, ero povero». Che sono cose molto diverse.

E mi ha fatto molta tenerezza una frase riferita a tua madre che diceva: «la mia disgrazia è quella di avere una moglie più intelligente di me, perché quando chiamano a casa, lei risponde: “Enzo non c’è, è uscito, è andato a giocare”». Così reggeva il personaggio di macchietta che a lui stava molto comodo perché ribatteva con: «così non capiscono bene quello che faccio. Musicista non sono, cantante nemmeno, ho una vociaccia brutta, non sono un intellettuale, quello è Dario, e alla fine mi va bene il ruolo di burattino», naturalmente nella sua meravigliosa ironia dissacrante era perfetta questa cosa…
Che poi in realtà, se ci pensi, la voce invece era bella, perché quando poi analizzo la voce come strumento di comunicazione, analizzo quello che faceva, analizzo il timbro che aveva, beh, brutta è un’altra cosa.

 

Ma la voce è l’espressione del sé, quindi, di quello che sai esprimere. Certe voci sono perfette ma senza cazzimma, si dice a Napoli. E infatti è il significato del canto di tuo padre, come anche il modo di interpretare i pezzi. Era speciale. L’altro giorno riascoltavo La luna è una lampadina nella versione di Fo. E la sua è per me mille volte più bella perché ha tutta quella follia del parlato e dell’urlato che però è un urlato straziante, dolcissimo, cioè ci sono milioni di cose all’interno di una canzone di Enzo Jannacci e c’è quasi pudore nel raccontarla perché molto spesso spiegare non si può. Non si deve. Non so bene. Le operazioni sono tutte giuste, tutte valide, ma poi credo che l’ascolto sia quello che alla fine rende più giustizia e quindi ti faccio l’ultima domanda: cantare papà, cantare i pezzi immagino sia emozionante, difficile, ma nello stesso tempo per te necessario perché è una vulgata che immagino tu abbia tanta voglia di portare in giro.
Allora, tutti e tre aggettivi centrati. Quindi necessario, difficile, esatto perché credo che solo io più o meno riesco a fare determinate cose che mi ha insegnato quando stavamo insieme; emozionante assolutamente, perché rientro nel mondo jannacciano che ci eravamo creati e in cui mi aveva fatto entrare e mi aveva spigato tutto e però anche divertente e anche bello e urgente perché non volevo far cadere nell’oblio determinati pezzi, ma anche per me. Ho cominciato a ricantare perché avevo bisogno io di riascoltarmi, di ricordarmi come li facevamo insieme e questa è la risposta comunque che ti dovrei dare, perché ho veramente iniziato così, ho iniziato a pensare di riaffacciarmi a determinati brani che avevo smesso di fare sui palchi pochi mesi prima e adesso non potevo più farli e allora no, adesso voglio farli.

E allora noi siamo tutti contenti che la parola di Jannacci continui a diffondersi, soprattutto con te.
Grazie, è stato bello parlare con te, ciao.

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Foto di Simone Galbiati e Nicola Allegri

 

 

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