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Pino Marino

La canzone d’autore è una canzone libera (Parte I)

Pino Marino è una delle voci in assoluto più importati della canzone d’autore italiana. Classe 1967, tre dischi all’attivo: Dispari (2000), Non bastano i fiori (2003) e Acqua luce e gas (2005); è in lavorazione il quarto album, molto atteso anche perché viene fuori da una lunga gestazione. Lo abbiamo incontrato il primo maggio scorso, durante le preparazioni del concerto all’Angelo Mai a Roma, ed è venuta fuori una lunga chiacchierata in cui il cantautore parla a ruota libera della situazione attuale della canzone italiana, di cosa è la canzone d’autore e, ovviamente, della propria poetica. L’intervista è stata divisa in due parti: nella prima si parla in generale della canzone d’autore e della situazione discografica; nella seconda abbiamo cercato di individuare la sua cifra stilistica, provando a strappargli qualche considerazione anche sul nuovo album di prossima uscita. In questa seconda parte c’è anche un bel ricordo della prima edizione del nostro concorso L’artista che non c’era, nel lontano 2004, che Pino vinse con la sua Canzone n.8.

Iniziamo con una domanda generale sulla canzone d’autore: credo che si possa parlare, nell’era di internet, di ‘canzone immediata’, cioè non-mediata da chi produce e distribuisce, perché produrre oggi costa molto meno e anche la distribuzione è stata rivoluzionata. Sei d’accordo che questo sia il periodo migliore per la canzone d’autore?

Sicuramente l’arte o l’espressione creativa trovano un beneficio dal fatto che l’ecosistema a cui eravamo abituati è oramai disastrato. Quello stato di cose garantiva comunque delle meccaniche e dei funzionamenti a cui poi ci si abitua, perché se l’uomo sta qui al posto dei topi è per una sua maggiore capacità di assuefazione, di abitudine e di adattamento. Questo se funziona nel bene funziona anche nel male: tutti tendiamo ad abituarci su posizioni di comodo,sta proprio nella sopravvivenza; il meccanismo che traghettava e in parte ancora traghetta l’arte all’usufrutto popolare è un meccanismo ormai corrotto, cioè: dove mette mano il consorzio umano la cosa difficilmente rimane pulita, tendiamo all’accomodamento, tendiamo al favore, al proprio mulino, a delle correnti, tendiamo a delle appartenenze, a proteggere qualcuno e non proteggere altri, tendiamo a concedere gli spazi ai cugini, in senso ideologico e non parentale. Quindi un periodo che vede crollare tutto questo ecosistema, buono o cattivo che sia stato – ma sicuramente è stato viziato –, crea di certo un vantaggio all’arte, perché questa deve vedersela nuovamente con le proprie mani, e anche questo è un ciclo che torna.

L’arte un tempo era essere capaci in una prestazione e a furia di prestazioni si otteneva un nome, un compenso e la possibilità di essere riconosciuto come artista. L’epoca moderna appena passata, e di cui ancora godiamo residuo, aveva cappottatto questa tendenza: «Investiamo sull’immagine, sulla possibilità e scommettiamo su questo personaggio o sulla sua espressione». Cappottarla completamente ha creato dei fenomeni da scommessa i quali non avevano una necessità feroce di quell’attività, e neanche un background che garantisse la durata e la solidità di quell’attività. Quindi il mercato si è saturato di scommesse e gli artisti stessi – che in realtà hanno bisogno di una parabola per maturare, provare, rinunciare, riprendere – sono stati soffocati dalla mancanza di tempo che concedeva questa scommessa repentina, stagionale. Quindi tutto questo ha soffocato gli artisti e ha, invece, privilegiato le scommesse a botta sicura, anche quando sicura non era.

Oggi direi che il vantaggio di questo infartone generale è che l’arte torna essere nuovamente quella che deve cavarsela da sé; lo svantaggio è non avere apporti, non avere sovvenzioni, non avere un riconoscimento immediato a livello mediatico, perché comunque televisione e canali ufficiali sono paralizzati e gestiti dalla vecchia tendenza, però per l’arte questo è un enorme vantaggio: un’occaasione unica.

 

Ti leggo un passo di Pasolini:

«Non si potrebbe mai dire ‘produrre’ un libro (parlo di un libro di autore, per cui la parola ‘produrre’, anche in senso metaforico, sarebbe offensiva): si dice ‘fare’ un libro. Io ‘faccio’ un libro senza bisogno di produttori: me lo faccio da me, in casa mia, con la mia penna, sulla mia carta, come un vecchio artigiano che ‘fa’ vasi, sedie, stivali. Non posso ‘fare’ allo stesso modo un film: per fare un film ho bisogno di un produttore, che lo finanzi, con un numero non esiguo di milioni, e lo organizzi, anche come lavoro puro e semplice». [P.P. Pasolini, dalla rubrica ‘Il caos’, sul sett. ‘Tempo’ n.35, a. XXX, 27 agosto 1968. Ora in G.C. Ferretti a c. di, Il caos, Editori Riuniti, Roma, 1995, pp. 40-41.]

Ecco, per la canzone ci sono diverse scuole di pensiero: io credo che la canzone si avvicini più al modo di ‘fare’ un libro che di ‘produrre’ un film, soprattutto per la canzone d’autore. Magari per un disco di Madonna la cosa è diversa. Che ne pensi?

Lo penso anch’io. Sono veramente poche le cose su cui non mi trovo d’accordo con la lucidità e il coraggio di Pasolini. Credo che il vantaggio della canzone, soprattutto quella che può permettersi di non rintracciare un arrangiamento e un suono che si incastoni nell’ascolto contemporaneo – per esempio: escono i Radiohead e ci sono studi su studi che ne ripropongono le sonorità –, ha la fortuna di essere equiparata al libro: io sto qui sotto un albero e scrivo, smonto, rimonto, quando tutto questo è finito possiamo decidere al massimo la copertina, il tempo d’uscita, il costo, ma la creazione è a sé. Questo è un vantaggio analogo tra il libro e la canzone d’autore, già il pop è estremamente condizionato.

 

... condizionato dal fatto di dover essere riconosciuto iconicamente, a differenza della canzone d’autore, che invece usa un linguaggio attraverso il quale far passare un messaggio. Nel pop si caratterizza per l’icona, non per  la poetica, sei d’accordo?

Certamente, ma la tendenza è stata omologare l’attività artistica, quindi del cantante, della canzone: se non ottieni il risultato vuol dire che non ce l’hai fatta. Questa è la non concessione del tempo: Melis in RCA concepiva la produzione di Ciampi, oltre che di Cocciante, dando a Ciampi un trattamento particolare, con dei tempi e dei modi diversi; si concedevano cinque dischi a De Gregori, poi tutto questo tempo di maturazione non c’è più stato.

 

Forse l’ultimo è stato Capossela...

L’ultimo è stato Capossela, che infatti, grazie a Renzo Fantini che l’ha accudito e protetto da tutto questo, si è occupato del live, di crearsi una coerenza e un’attitudine basata sul concerto e lasciando stare il rapporto radiofonico, se non sporadico, completamente quello televisivo, e andando proprio dalle persone. Anno dopo anno hanno creato una controtendenza, quella più evidente.

Quindi la tentazione di omologare la canzone d’autore portava a dire: «Beh non ce l’ha fatta, non ha avuto successo, peccato!», ma la canzone d’autore dovrebbe preoccuparsi di meno di questo e piuttosto dovrebbe tener d’occhio chi fa esperimenti, prova, rimugina e non utilizza un vocabolario già conosciuto, uno schema già identificato e che quindi va sul sicuro. Chiunque in vari campi provi a forzare certe porte, andare oltre o tornare indietro non dovrebbe aver problemi di pensare alla riconoscibilità immediata o al consenso popolare, così come dovrebbe star tranquillo chi lavora per lui. Il problema è che invece l’agitazione è venuta per prima agli addetti ai lavori e poi, saltando l’ecosistema di cui sopra, son saltati i direttori artistici, quelli che andavano in giro a sentire gli artisti. Ci siamo riempiti le stanze di manager che passavano da una ditta all’altra a risolvere problemi economici, quindi è mancata l’attenzione ed è quintuplicata la produzione musicale: internet ha creato una possibilità popolare di esporsi ma anche un ingorgo.

Per decodificare questo intasamento occorre una competenza, una capacità e una disponibilità e invece con l’aumento della proposta è sparita la capacità di identificarla, perché quei ruoli sono saltati, perché ai manager serve qualcosa che funzioni in quella stagione per risolvere il fatturato annuo. Quindi questa inversione ha creato un impiccio da cui in modo ortodosso non si esce.

 

Quindi oggi è più che mai importante capire qual è il linguaggio a cui ci si riferisce parlando di canzone d’autore, no? Perché capendo qual è si capisce chi lo usa meglio, quindi chi ha successo è chi lo usa meglio, non chi vende di più (anche se oggi anche quello di ‘vendere’ è un concetto relativo). Allora io ti faccio una domanda diretta: sei d’accordo se ti dico che ontologicamente il codice ‘canzone d’autore’ sia testo-melodia-armonia?

Sì. La risposta è secca perché attribuisco questa risposta a me stesso, quindi non so se sia una infilata di elementi corretta per tutti. Per come la vedo io sì, nel senso che De André per esempio – l’ultimo riferimento che considero tale – dava molta importanza alla parola e al modo di pronunciarla. 

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