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Pino Marino

La canzone d’autore è una canzone libera (Parte II)

La seconda parte dell'intervista a Pino Marino. La prima parte a questo link.


Parliamo delle tue canzoni. Se il linguaggio della canzone d’autore prevede il trittico testo-melodia-armonia, per quello che ti riguarda io ho in mente un libro di Umberto Fiori, Scrivere con la voce, mentre tu canti il pianoforte, cioè grazie al fatto di arrivare a note alte, di avere un certo range, puoi andare dietro a un arpeggio di piano, per esempio in L’acqua e la pazienza e L’uomo a pedali. Quindi la tua cifra personale stilistica e traduttiva comprende quel rapporto con lo strumento, parole-melodia-armonia in quel momento, no?

Sì, perché la parola in sé può anche rimanere tale. Io ho una attività secondaria e usciranno anche dei racconti e un romanzo, però la parola in sé, praticata senza il patrocinio del pianoforte, per me diventa un’altra cosa: non è mai esistita una cosa scritta che dopo è diventata canzone. Ogni cosa nata parola scritta senza musica è rimasta un’altra cosa, quindi esistono aforismi, racconti, tentativi di romanzi o racconti lunghi. Con la chittarra già è diverso, perché il rapporto è più ritmico, ma per esempio col pianoforte acustico – infatti ho scelto di non suonare più pianoforti digitali, anche se quel suono può tornare utile in un gruppo allargato – per me è importante anche la sensazione di affiancare il quel suono alla voce, e permette di capire che il pianoforte ‘lavora’ cinque secondi prima della parola: lui incomincia a suonare e a un certo punto parte un aggancio melodico che ‘chiama’ un capoverso e da lì lavorano insieme. Spesso c’è anche la melodia ribattuta, come ne L’acqua e la pazienza.

 

Poi il rapporto è osmotico no? Per esempio ne L’uomo a pedali, l’arpeggio che fai all’inizio a un certo punto torna nella canzone, e, quando torna, l’orecchio – anche inconsciamente – trova il già sentito, una conferma che dà piacere e appagamento, per di più completo di parole, torna il suono iniziale ma parolato, inoltre in un passo fondamentale del brano... [il passo in questione è «Dal manubrio riconosco il punto/ livido del mondo e un uomo è piccolo/ come piccolo son io» n.d.i.]

Sì, e infatti non esisterebbe la canzone se non fosse parallelo il viaggio descrittivo della musica, anche accennare a delle melodie che poi tornarno, che quando tornano rievocano quel momento, utilizzate magari con altre parole, è tutto un lavoro preciso.
Si arriva al vecchio discorso del rapporto di un testo per canzone con la poesia: sono due cose diverse. Più che poesia, per esempio per De André, è incredibile leggere con facilità i suoi testi – non con tutti – senza la musica, il che significa che hanno una grande attenzione ritmica e di scansione, ma questo non li fa diventare poesia. 

 Un elemento che caratterizza la tua poetica è la ripetizione: non di una frase semplice, come può succedere nel pop, ma per esempio in Canzone n.8, o in Le scale del Paradiso, – che sono proprio strutturate così – di un concetto anche complesso. Cosa puoi dirmi?

È vero. Chiaramente non è uno stratagemma o, peggio, un vincolo, un modo espressivo immancabile, ma sicuramente è un elemento importante. Era la prima edizione del concorso L’artista che non c’era, e mi ricordo che in giuria, fra gli altri, c’era Fernanda Pivano: mi dissero che tutta la giuria aveva votato Canzone n.8 e da lì nacque anche un rapporto più stretto con la Pivano, la quale era proprio colpita da questo loop di concetto, che non era né uno slogan, né semplicemente la parte più facile da ricordare, ma era proprio la ripetizone del concetto. Spesso, nel tentativo di attecchire su un pubblico molto ampio, si individua la parte che funziona di più o più memorizzabile e comprensibile e si rilancia nel corso della canzone perché abbia appuntamenti reiterati, in modo che, se non alla prima, alla seconda o alla terza volta cantiamo tutti insieme, e in generale è il momento più facile o considerato riuscito per questo utilizzo. Il loop del concetto invece prescinde dalla sua facilità. Canzone n.8 è completamente costruita così. Sì, è un meccanismo che mi riconosco.

 

Poi parliamo del tuo presunto ermetismo, un po’ la stessa croce di De Gregori. Alcuni ti descrivono come ermetico, ma gli ermetici scrivevano sotto il fascismo in quel modo proprio per non farsi capire, cosa che per la canzone sarebbe un’eresia. Invece il tuo linguaggio è qualcosa che va da inconscio a inconscio, come Deregibus dice per De Gregori, e riscrivi il codice-mondo tramite immagini più da intuire che da capire, una descrizione che va bene anche per altre descrizioni, un momento che va bene anche per altri momenti, no?

Sì, la cosa importante è tentare di dare un’inquadratura diversa, perché il visibile è visibile a tutti e, a prescindere dalla preparazione, possiamo tutti coglierlo ed esserne emozionati. Ciò che aggiungo io al fatto di cogliere il visibile è tradurlo in altri elementi e riproporlo con un linguaggio o con una grammatica che non preveda «Guarda che tramonto che c’è» ma, per esempio, «L’ultimo tipo di rosso del sole» [Via da qui, in Dispari n.d..i.], che è esattamente il tramonto ma dopo aver spostato il visibile riprodotto tale e quale e che appartiene a tutti, ricrea un’attenzione maggiore...

 

Sì, per esempio con la parola ‘tipo’ che è di un altro contesto, quindi ti sposta per forza il punto di vista...

Esattamente, quindi non c’entra con l’ermetismo o la non comprensione, ma è la necessità – prima di tutto mia – di rivedere quella cosa non con l’abitudine ma con una vitalità diversa e credo che sia un’attenzione che metto in ogni verso.

 

Nel tuo primo disco la tua attenzione era rivolta alla ricerca di una sonorità particolare, negli ultimi due forse vai più verso l’importanza del trittico di cui parlavamo prima, testo-armonia-melodia, e possiamo per esempio citare Qualcosa che non cambia il mondo, che era presente in Dispari e hai riarrangiato in Acqua luce e gas. Che mi dici?

Ti dico subito che il quarto disco sarà ancora più diretto verso quello che dici. Qualcosa che non cambia il mondo è stata scritta nel modo in cui è stata resa in Acqua luce e gas e che io ho riportato dov’era. Dispari è un disco che amo molto perché mi ha permesso di passare da una considerazione di un certo tipo, nata nel 1996, a quella di essere considerato qualcuno che potesse entrare nel meccanismo che procurasse lavoro anche ad altri: quando ti rendi conto che un’etichetta si muove intorno a te con quindici persone vuol dire che si sta muovendo intorno a quella cosa un lavoro anche di altri. Questo me l’ha garantito Dispari, che però è anche il primo disco e quindi ha anche tutti gli errori del primo disco. Mi spiego: una preoccupazione del cantautore è spesso quella che i musicisti di un disco non stanno facendo cose loro, ma tue; tu lo avverti e quindi tendi a restituire loro la felicità di far parte di quella cosa fortemente tua. Spesso li vedi felici nel proporre la propria cosa e, soprattutto nel primo disco, la felicità di vedere che i musicisti montano delle cose, che diventano altro, del produttore artistico che si lancia verso questo mondo musicale che è più suo che tuo – Qualcosa che non cambia il mondo in Dispari fu prodotta da Mauro Pagani –, questo operare di tutti, spesso non lo costringi e lo lasci andare, riservandoti in fondo troppo poco tempo. Fu un errore di gioventù. Per riconoscere quell’animale strano, che era mio – nelle armonie, nelle melodie, nei testi –, andava richiamato per nome, portato a dormire a casa, poi tornare semmai a cantarlo. Invece in Dispari il processo creativo è stato quasi tutto dedicato al divertimento di tutti, anche mio nel veder divertiti gli altri, per poi appiccicarsi sopra quello che era. Io, oggi, pur amando molto quel disco per le ragioni che ti dicevo, se ascolto Dispari ascolto uno che sta facendo una fatica infame nel cantare le sue cose.
Dagli errori si impara e nel secondo disco ho voluto proprio completamente rigirare il tutto, sono partito con gli stessi musicisti, senza quella produzione artistica, dicendo: questa è la canzone, per una settimana ascoltiamo la canzone solo con la chitarra, fra una settimana cominciamo a prendere una spazzola... era esattamente il contrario, quindi una esagerazione in senso opposto. Questo è Non bastano i fiori.
In Acqua luce e gas questa necessità di contrastare l’evolouzione del primo disco, che si era consumata nel secondo, era scemata e finalmente ho ripreso un cammino equo tra la musica e l’arrangiamento, ed è al momento il disco che riconosco di più.

 

E ora cosa ci puoi dire del quarto?

Nel quarto questa tendenza del terzo verrà esasperata: ci sono tante canzoni che si basano per esempio su due strumenti per cui ho scritto le parti, quindi una specie di contrappunto essenziale sulla narrazione. L’obbiettivo vorrebbe essere quello dell’ascolto a cui non manchi niente, ma che viaggi su ‘due dita’.

 

Sarà un disco tematico?

Beh, è quasi inevitabile. Se nei primi dischi si raccolgono cose scritte in passato, poi tutto quello che scrivi è contemporaneo. Magari considerarlo ‘tema’ è troppo ma sicuramente è ricco di contemporaneità, mia e circostante. Forse se c’è un tema è l’umore: un umore propositivo e un po’ incazzato, anche se non polemico, con i miei simili. Non apprirà didascalicamente nel disco, però si sentirà perché in questo momento sono un po’ avvilito, infuriato e deluso dal rincoglionimento dei miei colleghi contemporanei; alcuni sono amici e li stimo molto: non percepisco più intorno la forza dirompente di sovvertire un ordine di cose che sembra cementificato. Al massimo il più disinvolto e più libero degli artisti contemporanei si occupa di uscirne senza danni, di confezionare una cosa che funzioni e che accontenti e che risponda alle necessità che non sono sue ma della casa discografica, del booking etc. Io da me pretendo certe cose, non posso pretenderle dagli altri ma ci rimango deluso quando le vedo mancare. Non mi capacito che ciò succeda in un momento come questo, dove è necessaria la forza e il coraggio, non necessariamente dell’invenzione, ma della verità. Prendiamo il Primo Maggio: dire che alcuni gruppi non mi convincono perché sono prodotti dall’organizzazione per me è la base del modo di procedere in questo lavoro, mentre questa cosa si traduce nel non fare più il Primo Maggio.
Anche un consiglio a un collega che ti chiede un parere, spesso, diventa gratitudine da parte di quel collega, ma anche la fine del rapporto artistico, perché si ha bisogno dell’accondiscendenza, in questo momento si ha bisogno di essere coccolati e si preferisce chi asseconda e gratifica.
Questo oggi è il mio più grosso avvilimento e mi dispiace non trovare da alcuno disponibilità critica di rompere e osare. Vedere i colleghi attratti dalla gratificazione e dalla coccola del fan o dai colleghi musicisti in estasi mi avvilisce.
Nel disco c’è anche questo umore, tocca rapporti umani, amicizia, amore, il lavoro e poi tutta la quotidianità.     

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