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Patrizio Fariselli

L’orizzonte del futuro davanti a sé

Il concerto al Blue Note di Milano dello scorso ottobre ci ha dato la possibilità di ascoltare nuovamente la musica degli AREA (insieme a molti brani nuovi e/o improvvisati al momento). L’ascolto ha generato nuovamente interesse per questo ensemble che, seppure ridotto nei ranghi per le tragiche ragioni che tutti conosciamo, è sempre straordinariamente stimolante per un ascolto musicale non banale, mai ripetitivo, ricco di molteplici influenze, strumentalmente fuori dalle righe. Dal concerto alla voglia di “saperne” di più il passo è stato davvero breve e Patrizio Fariselli si è gentilmente reso disponibile per una chiacchierata con L’Isola

 

Come musicisti non avete mai abbandonato il campo. Ma che cosa ha significato, dal punto di vista artistico ed umano, ritrovarvi catapultati insieme, su un palco tu, Tofani e Tavolazzi?

Sono sensazioni di grande intensità. Ritrovarsi su un palcoscenico, a distanza di così tanti anni a condividere nuovamente la gioia di fare musica è un’emozione profonda. Accentuata inoltre dalla diversità di vedute che abbiamo maturato nel tempo. Dico questo in senso artistico ma anche come visione del mondo, per le scelte di vita che abbiamo fatto.
Questa marcata differenza, lungi da essere un problema, è anzi motivo di grande interesse reciproco. Abbiamo sempre sostenuto che se in un gruppo ci fosse una monolitica identità di pensiero la vita sarebbe una noia mortale e invece ora abbiamo di che saziarci. Insomma, abbiamo sempre qualcosa da imparare l’uno dall’altro. Questo era un fattore importante all’età di vent’anni, ora che ne abbiamo …anta è sostanziale.

Vi aspettavate l'accoglienza ed il riscontro da parte del pubblico così come questo ritorno ha manifestato nei vostri confronti?

In questi concerti il pubblico è fonte di grande soddisfazione per noi. A parte tutta un’onda di “combattenti e reduci”, persone della nostra età che soprattutto cercano nella nostra musica emozioni che vengono “da lontano” e sono i più affezionati estimatori del repertorio storico, ci sono molti ragazzi, che ascoltano con orecchio fresco la grande quantità di musica inedita che teniamo a eseguire in concerto. Il pubblico ci segue in un percorso di oltre due ore sempre con una concentrazione eccezionale. Ne sono oltremodo lusingato.

 Come avete tecnicamente costruito "Sedimentazioni", il brano (?) in cui riassumete tutta la storia degli AREA?

È un brano che preparai anni fa in occasione di “Chernobyl 7991.  Ho selezionato un minuto e venti delle parti più significative di TUTTI i pezzi da noi mai registrati. La durata del brano è venuta fuori casualmente, partendo dalla parte conclusiva de L’Internazionale, e nell’esecuzione dal vivo è particolarmente efficace perché risulta un’esperienza sonora fuori dalla norma che riesce a scatenare reazioni contrastanti. E poi ha una durata sufficiente a rompere a sufficienza le scatole senza… romperle veramente. Si tratta solo di una amorevole… stimolatina, niente a che vedere con il ben più pesante Lobotomia. Il risultato in Sedimentazioni è un suono complesso, molto interessante, in cui al di là della prima impressione caotica (con relativa tendenza al panico in chi non è abituato ad ascolti di questo genere) un orecchio attento può davvero cogliere frammenti importanti della nostra vita. Io lo vedo come un momento di poesia.

Un gruppo come gli AREA è ampiamente rimpianto dal punto di vista artistico ed ancora oggi colpisce per la capacità di innovazione che ha "imposto" alla musica. Come facevate ad essere così avanti rispetto alla media degli artisti, italiani e stranieri, che attraversavano il mondo della musica di "quei tempi"?

Gli Area si sono formati e hanno maturato il loro percorso artistico in un’epoca culturalmente tra le più turbolente ma anche creative della storia recente. Noi portavamo un modo di trattare il suono e una visione del mondo non così comune tra i nostri coetanei. Da un lato assecondavamo la naturale propensione a perseguire la musica come fenomeno d’arte, senza nessun compromesso commerciale e limite stilistico (se non, ovviamente, quello determinato dalle nostre stesse capacità e conoscenze) dall’altro l’introduzione di contenuti di interesse sociale nei nostri testi di una certa radicalità rispetto al dibattito in corso a quel tempo. Tutto qui. Poi da lì a dire che eravamo “avanti” bisogna sempre vedere in… quale direzione stiamo parlando?

 

Nel concerto al Blue Note avete dimostrato che avete ancora una grande confidenza con gli strumenti. Quanto è importante dopo tanti anni, oltre al talento, la pratica quotidiana con lo strumento?

La pratica con lo strumento è necessaria ad un artista per eliminare il più possibile la distanza tra il suo pensiero musicale e il suono stesso. Per questo non smetteremo mai di lavorarci sopra. Condividiamo con gli ascoltatori un’unica esperienza. Da un lato si trova la mente, il cuore, le mani educate dei musicisti e dall’altro la mente, il cuore, l’orecchio consapevole di chi ascolta. Sono tutti parte dello stesso evento. Le mani devono essere addestrate a sufficienza affinché la musica fluisca libera, senza intralci. Non devono esserci ostacoli (se possibile) tra la mente del musicista, il suono e la mente dell’ascoltatore.

Della musica odierna c'è qualche artista (o album) che apprezzi in maniera particolare e, al di là delle tecnologie disponibili, quali le differenze nell'approccio artistico e con il pubblico riscontri oggi rispetto agli anni '70 ?  

Sono molti i musicisti interessanti che fanno un buon lavoro oggi. Sono figli del loro tempo e la propensione a collaborare in un gruppo, un collettivo compatto e forse un po’ chiuso, è meno forte rispetto agli anni 70. Del resto non è affatto obbligatorio per fare musica e i risultati comunque ci sono. Per quel che riguarda il rapporto col pubblico, nei 70, era intenso. L’Italia viveva un periodo magico e penso irripetibile in cui i ragazzi erano tutti proiettati verso l’esterno, verso gli altri, alla ricerca di un modo di vita più consono alle loro esigenze e un ordine sociale più giusto. Le occasioni di suonare e vivere un’esperienza collettiva erano tantissime.
Da musicista però trovo che, per certi versi, il rapporto con l’audience sia più interessante oggi che allora. Negli anni settanta la musica era sì il catalizzatore di tante pulsioni, l’elemento unificante e scatenante di molte sinergie (come lo è tuttora del resto) ma a volte pagava il pegno di essere un pretesto per l’aggregazione. Le motivazioni sociali, per quanto condivise, tendevano a prendere il sopravvento rispetto l’evento artistico in quanto tale che per gli Area è sempre stato il fondamento del nostro esistere. Oggi ci si rivolge alla musica per l’esperienza fisica e intellettuale che è senza troppe mediazioni ideologiche e a me, sinceramente, non dispiace affatto. Il vero significato sociale passa attraverso la qualità dell’esperienza stessa (che ritengo sia sinonimo di qualità della vita) non per astratte dichiarazioni di intenti.

Esiste la possibilità di altre esibizioni da parte vostra e/o di un album a nome AREA?

Sì, gireremo un po’ per l’Italia e per quel che riguarda un’eventuale registrazione… vedremo. Abbiamo sempre vissuto i nostri dischi come documenti che testimonino il corso di un lavoro più articolato, oppure come concept album, cioè come risultato di una progettualità concettuale. Per il momento poniamo la dimensione performativa al primo posto nei nostri interessi, per la ricchezza delle implicazioni, l’unicità dell’esperienza e la possibilità di crescita dell’ensemble allargata a futuri ospiti, musicisti come Walter Paoli o, come abbiamo fatto di recente in un paio di concerti a New York, J.T. Lewis, Mauro Pagani, Marco Cappelli, Avram Fefer. Del resto non c’è fretta… abbiamo tutta la vita davanti.

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