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Massimo Priviero

All'Italia

Se su tredici brani ben otto sono intitolati ad un ben preciso luogo geografico, una ragione ci dovrà pur essere. E la ragione è che questo nuovo album di Massimo Priviero, a giudizio di chi scrive il migliore della sua carriera, è che l’artista veneto considera probabilmente il viaggio non come un mito degli anni ’60 e ’70, magari un po’ scolorito ai giorni nostri dove con Facebook si fa prima…, ma come una sorta di motore che rende possibili gli incontri e le opportunità, in un tempo dove l’immaginazione è subito superata dalla realtà. Anche quando la realtà è di natura tragica, come raccontato in Bataclan.

All’Italia è un lavoro profondo, sentito, ricco di spunti, colmo di vita, forte del contenuto di una vita, anche quando a parlare è soprattutto la malinconia oppure la disperazione o, ancora, la voglia di riscatto ed il desiderio del ritorno alla propria casa dove si è nati. All’Italia non è da leggersi come un “gesto artistico” che fotografa un tempo passato o, per alcuni casi, anche presente (gli italiani che sono stati migranti paragonandoli ai migranti che arrivano nel nostro Paese nelle condizioni di cui sappiamo) bensì è una riflessione intensa, autentica e sofferta, dell’essere, interiormente, fondamentalmente nomadi, per necessità o per scelta. Nomadi dentro sé stessi alla ricerca del senso della vita e della realizzazione di ciò per cui riteniamo valga la pena camminare per gli anni che ci sono concessi.

Questo è un album, nel vero senso del termine, ricco di immagini, di fotografie, di volti che possiamo immaginare ma non vedere, così come di umori, sofferenze, gioie, speranze, attese, amori, delusioni. Un album pieno di ricordi, anche se non direttamente di chi lo ha scritto e di chi lo ascolterà, espressi in maniera così potente e sincera da non poter passare inosservati, rendendo possibile che le parole ascoltate, e quanto immaginato, si faccia realtà e concretezza. Un album che potrebbe essere letto come una sorta di manifesto in cui si declama e si declina una “sorte italica” spesso vituperata, oppure rimossa; è un album che potrebbe avere i contorni dell’urlo mentre si espongono quei “cahiers de doleances” che, con differenti sfumature, tutti portiamo sempre con noi come fardello  ineludibile del nostro “volerci fare del male” ad ogni costo…Ma non è così, perché questo è un lavoro costruito con evidenti e profonde riflessioni, con acume ed intelligenza critica, facendo passare parole, musiche ed intenzioni attraverso il filtro della vita dove si scremano le rivalse, si attenuano le rivendicazioni. Dove si rende più fluido il pensiero, dove si abbatte lo slogan per cercare la parola, scarna ed essenziale, che regola tutto, che sistema ogni pensiero, che elimina ogni parola inutile.

Senza voler essere epigrafici questo è un album in cui vince l’essenziale e la parola non ha bisogno di “oscene” moltitudini di righe, ma colpisce secco al cuore perché, come ci ha insegnato Salvatore Quasimodo, a volte basta poco per capire il senso della vita in quanto “Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”. Oppure, come spiegava Giuseppe Ungaretti, basta uno sguardo fuori dalla finestra dell’anima per comprendere la grandezza della vita e l’intuizione del “M’illumino d’immenso”. C’è il rischio d’essere retorici parlando di temi che trascinano l’animo umano alla ricerca di sé stessi nelle dinamiche del mondo contemporaneo, inquinato da troppe parole, suoni, messaggi, informazioni che anziché insegnare a costruire relazioni con il mondo e con “l’altro”, divengono un frastuono insostenibile ed inestricabile che ci avvolge e, marxianamente, ci aliena. Ci distoglie da noi stessi e dalla nostra reale percezione di ciò che siamo, di ciò che vorremmo essere, di quello che potremmo diventare ma, purtroppo e sempre più spesso, non riusciamo neppure a capire dove siamo e dove siamo portati dagli eventi che ci rendono davvero “altro” rispetto al nostro “io” vero e profondo, rispetto ai nostri desideri di volere dare senso alla vita. Di fronte a questa condizione il musicista, il poeta, l’artista, deve giocare la sua partita e, quasi fosse il maestro “del gioco delle perle di vetro” di hessiana memoria, Priviero ci invita a seguirlo attraverso un percorso ricco di incontri e di riflessioni, lavorando sull’emozione più che sulla ragione.

Un album di alto livello, questo, sia per quanto concerne la musica che per i testi e che rivela la profonda conoscenza di uno dei lavori più intensi di Bruce Springsteen, quel The ghost of Tom Joad che, richiamando i nefasti periodi della crisi post 1929, poneva le basi per gli allarmi della crisi che, da lì a dieci anni, avrebbe flagellato l’economia del mondo globalizzato nella maniera più deteriore e che ancora non si è dissolta. Intriso di segnali forti contro la deriva che sta prendendo la globalizzazione, All’Italia è un lavoro dove la parola d’ordine non è quella di cercare un colpevole, un capro espiatorio, un “qualcuno” a cui attribuire i mali del mondo, né trovare un demiurgo che questi mali li sappia o li possa risolvere con un battito di mani…No, qui la parola d’ordine è quella di cercare, partendo da se stessi, un nuovo orizzonte, leggendo la storia attraverso (e rubiamo le parole al filosofo Jacques Maritain citando il titolo del suo lavoro più importante) un Umanesimo integrale’ perché è solo partendo dalla concretezza dell’umano che sarà possibile osservare nuovi orizzonti ed approdare a nuovi lidi con uno spirito nuovo. Fortunatamente (per lui) Massimo Priviero non è un filosofo, ma un musicista acuto ed attento alle dinamiche nascoste (ma che guidano) le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre motivazioni e grazie a questa sensibilità confeziona un album che è il racconto di tante vite ritagliate, incollate, disperse, abbracciate, diffuse, scomposte, orgogliose e, comunque, vive.

Per meglio comprendere la genesi di tutta l’opera è bene iniziare il racconto dell’album con il brano aggiuntivo, quello che lo conclude: Basso Piave, perché nelle radici venete del musicista (milanese d’adozione, qui in una foto di qualche decennio fa...) c’è il senso di attenzione all’orizzonte della vita. Il Veneto, il Piave…laddove tutto comincia, laddove tutto, secondo il protagonista della canzone, deve finire. Una vita alla ricerca del suo senso e delle ragioni per costruire un’esistenza. Il lavoro e la dignità, la forza di lasciare la propria terra ma anche la determinata volontà di ritornare, come un Ulisse dei nostri giorni, dopo avere affrontato la vita in “terra straniera”, per ritrovare nella propria casa, nella propria terra, negli odori della propria infanzia, un segnale di rassicurazione che tranquillizzi e dia senso “alle cose della vita”.

Una ballata splendida che chiude l’album ma che ne è l’ideale prologo. Villa Regina è, in effetti, il primo brano dell’album ed anche nelle sue liriche c’è la presenza del Veneto e del suo rimpianto; c’è la presenza del mare da attraversare per arrivare in Argentina; c’è un altro fiume, il Rio Negro, che è millanta volte più largo, lungo e profondo del sacro Piave ma, più di tutto, c’è il rimpianto e la nostalgia per una terra lontana che non è stata in grado di sfamare e dare un futuro al protagonista della canzone. Futuro non concesso in patria ai progenitori dei quasi sessanta milioni di italiani “oriundi” che discendono dai migranti di fine Ottocento e della prima metà del Novecento, così come per gli attuali quattro milioni di italiani che vivono stabilmente all’estero. L’armonica è springstiniana e la voce è calda e profonda. Aquitania è terra vicina, è terra di Francia, è anche terra buona da lavorare ma per il protagonista della canzone, che nel secondo dopoguerra parte da Trento per lavorare nei campi di Francia, è soprattutto un buco nero dove la dignità è sempre messa in gioco. Ma il desiderio, la speranza, la certezza di poter un giorno tornare a casa per abbracciare e sposare Anna, la sua morosa, è la forza interiore che rende possibile accettare anche le umiliazioni. Bello il ritornello in cui a Dio viene chiesto di parlare italiano per farsi interprete, a distanza, dei suoi sentimenti nei confronti della ragazza lasciata al paese. Il suono è cupo mentre gli accordi delle chitarre ricordano l’incedere del treno, la voce è piena di enfasi e, anche, di una sorta di lancinante dolore interiore.
Fiume è un'altra canzone in cui (al di là del nome del luogo) c’è la presenza dell’acqua, in questo caso il mare. Fiume, città istriana di contraddizioni dettate dalle sue contraddizioni post seconda guerra mondiale, con le foibe, con la violenza contro gli italiani, con gli sfollati giuliano dalmati, con nuove ingiustizie dopo vecchie guerre. Ovviamente la canzone non vuole prendere posizioni, qui la politica è lontana anni luce dalla penna di Priviero, ma il dolore è raccontato con gli occhi di un bambino che non vede più il proprio padre ritornare a casa, con tutto quello che comporterà per la vita della famiglia. Il pregiudizio ha colpito ed ucciso, senza possibilità di replica e da quel gesto insano nasce un altro esodo, una migrazione verso terre più sicure ma, certamente, anche “ideologicamente” ostili…Il ricordo, che ancora colpisce, di come si possa essere discriminati, perseguitati, uccisi, solo per il proprio cognome, per la propria origine, la propria lingua. Una delicata ballata piena di rimpianti e dispiaceri.
Cielo Blu è il racconto di un viaggio interiore, un viaggio alla ricerca di quelle che, un tempo, erano chiamate “buone vibrazioni” e che altro non erano che la ricerca del proprio sé interiore. Un viaggio per distaccarsi dal mondo osservandolo però dall’alto, con uno sguardo che altro non è che il distacco dalle cose terrene per cercare, “in alto ed in altro”, la propria ed autentica dimensione, la propria ed insostituibile persona. Il violino dà un colore molto suggestivo al brano, in stile quasi da “summer of love”, ed il suono degli strumenti a corda è ‘aperto’, pieno di luce. Friuli ’76 è il racconto di una vita sbocciata ma diventata subito solitudine, malinconia e rimpianto. Anche in questo caso il viaggio, la migrazione è nell’anima e quello che sostiene il brano è il senso di incompiutezza della vita ed il ricordo dei propri cari sottratti alla vita dal terremoto del 1976. La voce di Priviero si trasforma in quella di un fantasma che racconta una sorta di “murder ballad” come piacerebbe a Nick Cave.È il racconto di una catastrofe che ha colpito duro lasciando sul terreno molti morti, ma non ha lasciato indenni neanche coloro che si salvarono…

Il lavoro in una città straniera è il tema di Berlino. A differenza dei nonni o dei genitori, il lavoro ora è quello del barista ma la malinconia per la terra perduta è la medesima. Questo, in sintesi, il lascito di una canzone come questa, meta di molti italiani a cavallo degli anni ’80/’90, un po’ per curiosità e vezzo, un po’ per necessità. Berlino, però, anche come metafora di una sorta di “tempo di mezzo”, città sospesa tra un prima ed un dopo, tra il tempo della guerra e quello, ipotetico, della pace. Il tempo del muro e quello, auspicabile ma non scontato, dei ponti. Ed in attesa di tornare a casa a vedere lo scorrere del Po, tante le suggestioni, tante le malinconie ad attanagliare il cuore del protagonista della canzone. Il suono è in stile ‘Nebraska’ (ed il paragone non è enfatico) con uno spruzzo di fisarmonica ad alleggerire la sonorità, cupa, del brano. Alba nuova è lo sguardo di un giovane che è alla ricerca del suo futuro mentre si ritrova, nell’Italia d’oggi, in una condizione di precariato, sottopagato con studi superiori. Una storia, questa, divenuta ormai paradigma del vivere quotidiano dei giovani italiani (ma anche ne resto d’Europa non è che si rida poi tanto…). Una canzone che segnala come il futuro dei giovani sia messo in forse e come le difficoltà nel trovare il lavoro segnino l’esistenza, perché per chi non ha il lavoro, come bene sottolinea spesso anche Papa Francesco, non c’è dignità. Voce, mandolino e chitarra per accompagnare l’addio alla propria città con la speranza di un futuro migliore.

Anche in Rinascimento si può cogliere il segnale del bisogno che il nostro Paese giunga ad una svolta forte, decisa, necessaria per uscire dai propri mali, dalle proprie contraddizioni. Poche parole ma dirette, per evidenziare che senza cambiamenti sostanziali tutto quello che è intorno a noi rischia di crollare, lasciando alle giovani generazioni solo macerie, miserie e necessità di abbandonare il Paese per altre destinazioni senza la certezza di trovare la soluzione ai propri problemi. L’apertura del brano è immersa negli stilemi springstiniani che possiamo ritrovare nell’album ‘Wrecking ball’. Il suono è in salsa Irish e la canzone appare quasi come una sorta di inno per lottare. Mozambico, la migrazione non è per trovare una ragione di vita “materiale”, bensì per diventare soluzione ai problemi altrui. La storia di un medico che affronta “un’avventura” in un Paese, quello africano, all’inizio non apprezzato ma che diventa poi luogo di elezione e di vita perché, infine, si sono trovate le ragioni di quel viaggio, del proprio vivere. Fisarmonica in apertura e subito la voce calda e profonda di Priviero a dipingere i contorni di una storia di solidarietà ed umanità.

London è la metafora del viaggio verso una meta cosmopolita, certamente anche “fortunata”, ma l’esperienza della lontananza è sempre difficile da affrontare ed emblematica e, purtroppo, non sempre vincente come ad esempio accaduto ai ragazzi veneti, Gloria e Marco, morti nell’incendio della Grenfell Tower nello scorso mese di Giugno. L’attacco del brano è travolgente con un suono profondamente rock, con la fisarmonica ad addolcirne i contorni. Il ritornello è trascinante e cantabile, da “lanciare” al pubblico nel corso dei concerti. L’immagine di un'altra vittima morta all’estero, Valeria Solesin, arriva con “violenza” a bussare alla porta della nostra (dis)attenzione.
Bataclan è una canzone che si propone come una lettera che la ricercatrice veneziana avrebbe potuto scrivere alla mamma prima di morire tragicamente. Una lettera immaginaria, intrisa di quotidianità, dove vengono riposte speranze e mostrati affetti. Una lettera di inconsapevole commiato che, forse, si manifesta come la vetta artistica dell’album. Senza particolare enfasi né retorica, le immaginarie parole di Valeria si srotolano nel cuore di chi ascolta, trasformandole da ipotetico epitaffio in un inconsueto inno alla vita ed anche nello sberleffo nei confronti di coloro che sono già morti ancora prima di spargere sangue innocente. Abbi cura è il giusto epilogo, l’appropriato saluto a chi è rimasto ad ascoltare l’album fino alla fine e con attenzione. “Abbi cura del mondo e di te stesso perché il futuro ti appartiene” pare voglia dire Priviero a chi ascolta, al proprio figlio, agli amici. Perché senza cura dell’ambiente e delle persone non ci sarà futuro per chi verrà dopo di noi. Voce e armonica supportano questa esortazione da ascoltare con attenzione.

Per chiudere possiamo dire che All’Italia è un lavoro atipico, un album potente e anche “prepotente” per il tema che persegue; ma non è un lavoro triste o rassegnato, non è un album che cerca il consenso attraverso l’indicazione o la manifestazione di un disagio, né per mettere a confronto le migrazioni di oggi con quelle di ieri. È invece un’ora di musica e parole che dimostrano una particolare voglia di ricerca di luce, di sole, di positività anche nel mentre si narrano situazioni e realtà difficili da accettare, ma che essendo parte della nostra quotidianità non si possono eludere, anzi è necessario confrontarsi.

E infine un plauso alla registrazione ed alla produzione artistica così come agli arrangiamenti, davvero un lavoro di qualità se pensiamo anche a quanta “autoproduzione” è stata messa in campo… Tredici brani che cercano di arrivare al senso profondo della dignità dell’essere uomo, persona integrale, con vizi, difetti, gioie e dolori. Un lavoro sul senso della vita? Anche, ma non solo e la risposta migliore la potranno dare solo gli ascoltatori.

Tutte le foto sono tratte dal sito www.priviero.com

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Massimo Priviero e Alex Cambise
  • Anno: 2017
  • Durata: 59:04
  • Etichetta: MPC

Elenco delle tracce

01. Villa Regina

02. Aquitania

03. Fiume

04. Cielo blu

05. Friuli ‘76

06. Berlino

07. Alba nuova

08. Rinascimento

09. Mozambico

10. London

11. Bataclan

12. Abbi cura

Bonus track

13. Basso Piave

Brani migliori

  1. Bataclan
  2. Basso Piave
  3. Friuli '76

Musicisti

Massimo Priviero: voce, chitarra acustica, armonica
Alex Cambise: chitarra acustica, ukulele, mandolino, organo, cori
Riccardo Maccabruni: fisarmonica, pianoforte, organo
Fabrizio Carletto: basso, contrabbasso
Oscar Palma: batteria   Arrangiamenti di
Massimo Priviero e Alex Cambise
    Ospiti Simone Jovenitti: tastiere, pianoforte
Nick Manniello: tastiere
Chiara Cesano: violino
Vincenzo Zitello: flauto
Carlo Ozzella, Brunella Boschetti, Lisa Petti: cori
Claudio Lauria: sax
Keith Eisdale: cornamusa, tin whistle
Giancarlo Galli: ukulele
Antonmarco Catania: uillean pipes