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Roberto Vecchioni

L'infinito

L’indubbio vantaggio di recensire il disco di un grande maestro come Roberto Vecchioni è che puoi evitare di perdere tempo presentando l’artista, e passare direttamente al succo, all’oggetto di cui si prova a dare conto. Perché comprarlo? Se siete appassionati del professore della canzone italiana d’autore, perché è un disco di Roberto Vecchioni, e questo vi basterà, ma si può anticipare, dopo diversi e attenti riascolti, che non ci sono motivi per i quali potreste rimanere delusi. Se invece apprezzate la musica italiana d’autore in genere, è necessario fornire qualche motivazione in più, ma anche in questo caso diciamo subito che i canoni costitutivi di melodia e poetica dei testi restano pienamente e compiutamente ai più alti livelli della canzone d’arte apprezzata da cultori ed appassionati. Se invece siete più inclini a riconoscervi nei brani di maggior consumo dell’artista, come Non lasciarmi andare via o Chiamami ancora amore o, andando molto indietro nel tempo, Samarcanda e Luci a San Siro, apprezzerete comunque un disco che suona antico, ricco di spunti melodici e ben arrangiato, anche se forse privo della grande hit commerciale da dare in pasto alle radio.

L’album è disponibile in tre diverse confezioni: cd, cd in edizione deluxe, e nella versione in vinile che, per ragioni di spazio, contiene undici e non dodici tracce. L’edizione deluxe è corredata da un piccolo volume contenente un breve saggio sulle origini e l’evoluzione della forma canzone, oltre ai  testi  dei brani ad agli scatti fotografici di  Oliviero Toscani.  Fra le pagine del volume si trova un omaggio struggente ad Amilcare Rambaldi ed alla sua creatura artistica, il Premio Tenco, di cui Vecchioni è stato fra i più frequenti e continui protagonisti. L’inserto editoriale, pregevole e succoso per gli estimatori del prof, è la dimostrazione che per Roberto Vecchioni diventa sempre più difficile rincantucciarsi nel perimetro di un lavoro esclusivamente musicale, e infatti egli continua a valicarne il confine, padroneggiando, con notevole successo, anche forme espressive compiutamente letterarie. Cantautore, scrittore di successo, conferenziere, professore e cultore della classicità. È difficile tenerlo nella gabbia di un supporto audiovisivo.

Aver deciso di non distribuire l’album in streaming, e di pubblicare con un’etichetta discografica indipendente, è un po’ come orientare le vele contro il vento delle  regole imperanti nel consumo musicale contemporaneo. Il disco lo devi volere, lo devi acquistare in negozio o, tutt’al più, comprarlo su internet e fartelo spedire a casa. Una scelta coraggiosa, che rivendica l’unitarietà dell’opera contro la logica della fruizione spezzettata ed imposta dalle piattaforme musicali on line. “Non dodici canzoni, ma una sola lunghissima canzone, divisa in dodici momenti” rivendica l’artista, scrivendolo come un incipit, subito prima dei testi dei brani. Insomma, non è una playlist. E’ un  concept album.

Come l’artista stesso ha dichiarato, si tratta di un disco ottimista, che si prefigge di fornire risposte, piuttosto che seminare dubbi e macinare rimpianti. Ciò nonostante il disco è intitolato alla poesia più famosa di Giacomo Leopardi, il più pessimista fra i poeti, di cui Vecchioni, utilizzando la tecnica narrativa del verosimile, ci racconta, nel brano che dà il nome all’album, degli ultimi anni della sua vita, trascorsi a Napoli, fra il profumo di limoni e gli ostricari (è evidente l’analogia narrativa con il suo brano “Nel regno di Napoli” dall’album Ippopotami del 1986), porgendoci l’immagine di un poeta moderatamente incline all’ottimismo, meno cupo e definitivo (“e per la prima volta/da quando sono al mondo/non muore il dì di festa/non chiedo e non rispondo), e arrivando persino a ipotizzare che “forse l’infinito non è aldilà/è al di qua della siepe”.

In questo disco ottimista, tuttavia, fra i personaggi chiamati in rassegna a celebrare la vita ci sono, seconda apparente contraddizione, oltre al già citato Leopardi, due vittime dell’odio e della violenza, Giulio Regeni (nel brano Giulio) e Ayse Deniz Karacagil (nel brano Cappuccio Rosso), giovane patriota curda uccisa in guerra per mano di truppe dell’Isis, rievocati entrambi adottando la stessa tecnica del verosimile e dell’immedesimazione, che libera l’autore dai legacci della storia o della cronaca, e fa lievitare i testi in chiave poetica ed intimistica. Vecchioni ne ha fatto storicamente largo e felice utilizzo lungo tutto l’arco della sua produzione artistica, basterà ricordare Celia de la Cerna, Alessandro e il mare, Il cielo di Austerlitz, e l’elenco potrebbe agevolmente continuare.

Le tracce si susseguono in un portato musicale che, si diceva,  suona antico,  ha l’atmosfera e solide radici nel pieno degli anni settanta eppure, ulteriore apparente contraddizione, è un disco dove nessun brano suona rock, perché la melodia prende da subito la strada delle sonorità popolari e mediterranee proprie delle culture regionali. Tuttavia, non vi è rottura con gli schemi melodici degli album immediatamente precedenti, che vengono ripercorsi nell’ambito di nuove intuizioni tematiche, dispiegate dai sapienti arrangiamenti di Lucio Fabbri e associate ad uno sforzo di relativa semplificazione dei testi, più adatti alla fruizione da parte di un largo pubblico. Ciò è anche ben motivato all’interno del volumetto allegato: “Noi sappiamo benissimo che esiste un punto di incontro tra la poetica per niente elitaria della canzone d’autore e l’intendimento popolare: noi ci battiamo per questo, perché si alzi l’indice di “comprensione” e il “bello” finisca per risultare “semplice”.

Alcuni brani meritano, per la loro intensità e bellezza, oltre all’Infinito, una speciale segnalazione. Cappuccio rosso è una struggente, intensissima ninna nanna su un impianto melodico essenziale, che evoca i motivi della resistenza (“Questa curva di sole/nel tramonto di Raqqa/mi disegna nel cuore/l’arco della tua bocca”). Vai ragazzo è un inno giocoso alla vita ed alla passione per gli studi classici, esposti in chiave epicurea, come strumento per goderne e attraversarla, e non transitarla e basta. La melodia rimanda al sirtaki greco, ma anche all’hasapiko, da cui il sirtaki moderno è derivato. Ti insegnerò a volare (Alex), ispirata ad Alex Zanardi, è una ballata di stile irlandese, dal ritmo veloce e dal testo davvero pregevole; non a caso è stata riservata al duetto Vecchioni-Guccini, ed appare  la più adatta ad una fruizione commerciale e radiofonica, anche per l’intuizione felice del ritornello “e se non potrai correre/e nemmeno camminare/ti insegnerò a volare”, di immediata percezione. Giulio è un pezzo di una bellezza monumentale, che canta della madre che, incredula, ripercorre le fasi della vita del figlio ammazzato (il rimando a Celia de la Cerna viene istintivo) ma per lei “Giulio è di là che dorme/e l’aria che vien su da Grado/l’accarezza in fronte”. In Ogni canzone d’amore la canzone si fa poesia, in versi come “stringimi stringimi ora/perchè ho seri dubbi/di essere eterno”. Infine, Com’è lunga la notte è un brano autobiografico, nel quale l’artista si racconta in un veloce rewind. Nell’ultima strofa, interpretata da Morgan, si passa alla terza persona, il protagonista sembra accostarsi di lato, e guardarsi da lontano.

Il tutto è magistralmente suonato e artisticamente prodotto da Lucio Fabbri, dalle chitarre dell’ottimo Massimo Germini, dalla batteria di Roberto Gualdi e dal basso del compianto Marco Mangelli.

Possiamo a questo punto tentare l’azzardo, avendolo motivato, di capovolgere il quesito. Perché non comprarlo?

Foto di Vecchioni a cura di Oliviero Toscani

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Lucio Fabbri    
  • Anno: 2018
  • Durata: 52:55
  • Etichetta: DME s.r.l.

Elenco delle tracce

01. Una notte, un viaggiatore
02. Formidabili quegli anni
03. Ti insegnerò a volare (Alex)
04. Giulio
05. L’infinito
06. Vai, ragazzo
07. Ogni canzone d’amore
08. Com’è lunga la notte
09. Ma tu
10. Cappuccio rosso
11. Canzone del perdono
12. Parola

Brani migliori

  1. Ti insegnerò a volare
  2. Giulio
  3. Cappuccio rosso

Musicisti

IL TRIO
Lucio Fabbri:  pianoforte, piano elettrico, organo hammond, violino, viola, fisarmonica, basso elettrico, chitarra elettrica  -  Massimo Germini:  chitarra classica e acustica, chitarra 12 corde, mandolino, bouzouki ukulele, liuto cantabile -  Roberto Gualdi: batteria e percussioni
GLI OSPITI
Riccardo Fioravanti: contrabasso (1,2,3,6,7,9)  -  Daniele Moretto: tromba (1,3,12)  -  Giancarlo Porro: clarinetto (1,5,10,12)  -  Fabio Treves: armonica (2,3)  -  Carmelo Colajanni: friscalettu (3)  -  Ilaria Biagini: flauto (3)  -  Marco Mandelli: basso fretless (7)  -  Antonio Petruzzelli: basso elettrico (11)
IL CORO: Lucio Fabbri, Massimo Germini, Ilaria Biagini, Roberta Maiorano