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Petramante

Ortica

Era proprio dieci anni fa quando il vostro umile cronista esordiva sulle pagine de L’Isola che non c’era raccontando il secondo bellissimo disco dei Petramante (in realtà il primissimo articolo fu un reportage su ‘Ricordando il Folkstudio’, un evento live a L’Asino che vola di Roma, ma il distratto Diretùr lo perse e non lo pubblicò mai. Ciò nonostante continuo a volergli bene). E ora, una decade dopo, ecco che tornano i Petramante (cui mi lega, oltre alla grande stima per il loro lavoro, anche un rapporto di amicizia. Così, ve lo dico per trasparenza).

Questo Ortica, loro terzo lavoro, giunge dopo diverse mutazioni (una anche di organico con il ritorno dietro la batteria di Simone Possieri), storie di vita, genitori che se ne sono andati altrove, figli venuti da altrove, deviazioni lungo il tragitto. I Petramante, quartetto orvietano attivo da diverso tempo, hanno strappato questo album dalle loro viscere, lo hanno difeso dai mille Impegni & Accolli che una vita adulta si porta dietro, crudele beffa per quando da bambini volevamo crescere in fretta, diventare grandi.

 

Ortica è un disco caduto dal cielo, non si sa bene da quale costellazione. Un LP che, nonostante qualche suonetto più catchy, non insegue l’attualità, ma che potrebbe essere il vostro hic et nunc, il disco che aspettavate da tempo. E perché, direte, scettici, già vi vedo. Perché, signori, dentro queste 11 canzoni (più 4 strumentali scritti e interpretati dal pianista Arturo Annecchino, con cui un pezzo dei ‘Petra’ collabora in un altro interessante progetto) c’è una sapienza di scrittura che non si vede in giro tutti giorni, una potente miscela di indie, pop (entrambi letti nelle loro massime espressioni) e canzone d’autore che potrebbe trovare una breccia nel mondo musicale odierno, se i Petramante non fossero, purtroppo, ancora quel piccolo culto che sono.

Eppure ci avevano provato dieci anni fa, al tempo di “Ciò che a voi sembra osceno, a me pare cielo” a pascolare su prati più verdi, e anche qua, nonostante il titolo urticante, ci sono ganci che ti fanno barcollare. Prendete per esempio Credo, tra il Simbolo cattolico e J.G. Ballard, scelta come singolo per lanciare l’album, con quell’incedere irresistibile delle voci di Simone Stopponi e di Francesca Dragoni, che si innalzano dolcemente verso un tripudio di cori che si rincorrono allegramente, in quello che è forse il pezzo più positivo e appacificato dell’intera produzione dei Petramante. Oppure Ahimè, regalata al gruppo da Gianmarco Fusari, cantautore tanto geniale nello scrivere (cercatele le sue cose, meritano assai) quanto nel nascondersi (attualmente a Parigi), un brano con una veste sbarazzina anni ’80 e un testo spiazzante come pochi (“Del nostro amore resteranno solo i giorni disperati/ dei miei pompini solo quelli fatti male e un po’ svogliati/…/ Ho detto una preghiera al dio delle canzoni complicate/ che mi lasciasse in pace, che mi abbandonasse sulle scale”). E poi, gente, c’è Nada, sì c’è Nada. Nada che canta, tutta sola, Il male necessario, scritta dai Petramante e affidata interamente a questa voce che già dalla prima sillaba percepisci un’epoca, e una (mal)anima. E quasi spiace, a parlar schietto, che il pezzo (bello, sia detto) sia fin troppo à la Nada.

Dicevamo che dieci anni non passano senza lasciare tracce. Si sedimentano emozioni, pensieri ed anche letture, ed ecco allora che Levitas trae ispirazione da ‘Vite straordinarie di uomini volanti’ di Errico Buonanno, ecco che l’iniziale NOF4 prende spunto dai graffiti scritti sul muro del manicomio di Volterra da Oreste Ferdinando Nonetti, ecco che Fechner fa esplicito riferimento a Gustav Theodor Fechner, psicologo e statistico tedesco dell’800 (ok ok, sono appena andato a cercarlo su Wikipedia, sonasega io chi era Fechner. Ma anche a questo servono i dischi).

 

Nota di merito a Simone Possieri e Maurizio Freddano (suo il delicato brano che chiude il lavoro), sezione emotiva, ancor più che ritmica, di questo album che, tra i tanti collaboratori, vede anche, voce recitante in Deandré, l’attore e conduttore Pino Strabioli, che sui solchi di un disco non si sentiva dai tempi delle atmosfere gotiche degli Engel Der Vernichtung, AD 1990. Tra l’altro, il disco, oltre che sulle consuete piattaforme di streaming, esce anche in un’elegante confezione in vinile, virata sul nero, in cui risaltano le foto di Benedetta Balloni e 2B Photo Lab. Ai concerti viene dato in allegato una specie di opuscolo con una mappa che conduce alle canzoni dell’album, ognuna delle quali reca un breve commento.

Tirando le fila, v’è tanta musica in Ortica, e ognuno se vuole ci trovi i propri rimandi, dall’indie-songwriting della Perfida Albione ai nostrani Battisti e Battiato, ma questo conta poco. Quello che conta è perdersi nel flusso di vita, tra rimembranze e tenerezze spudorate, che Francesca e Simone, coautori della maggior parte dei brani, hanno trasformato in canzoni che nella loro Levitas, tanto per citare un altro pezzo notevole, aleggiano sopra il desolante panorama odierno. Dubitiamo, per questo, che i Petramante entreranno mai nelle playlist degli sfortunati bimbetti cui Spotify tiene prigioniero il cuore, e pazienza.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Maurizio Freddano e Petramante, Andrea Mescolini e Luca Pellegrini
  • Anno: 2023
  • Durata: 35:05
  • Etichetta: Bassa Fedeltà

Elenco delle tracce

01. A1

02. NOF4

03. Levitas

o4. Tu prima di te

05. Cicale

06. A2

07. Credo

08. Il male necessario (feat. Nada)

09. Ahimé

10. Canzone verde

11. A3

12. Tornerò

13. Fechner

14. A4

15. Deandré (feat. Pino Strabioli)

Brani migliori

  1. Credo
  2. Ahimé
  3. Canzone verde

Musicisti

Francesca Dragoni (voce, chitarra acustica);
Simone Stopponi (voce, chitarra elettrica, chitarra acustica, synth);
Maurizio Freddano (basso, cori, synth, chitarre, programming);
Simone Possieri (batteria, cori, programming)

Ospiti
:
Nada Malanima: voce su Il male necessario;
Arturo Annecchino: pianoforte su A13/A12/A10/A11;
Pino Strabioli: voce su Deandré;
Stefano Benini: voce su Levitas e Credo;
Stefano Anselmi: pianoforte su Canzone verde e Deandré;
Martina Sciucchino: violoncello su Deandré